Quando l’AI decide di fare l’ingegnere del software (e quasi ci riesce)

Quando l'AI decide di fare l'ingegnere del software (e quasi ci riesce)

Esiste un confine sottile tra l’ingegneristica d’avanguardia e il caos computazionale totale.

Recentemente è emerso un esperimento che sembra uscito da un episodio di Black Mirror: un’intelligenza artificiale istruita non per scrivere codice generico, ma per ottimizzare un motore di ricerca testuale (ripping through ripgrep) con obiettivi specifici. Il risultato? Un mix di genialità algoritmica e performance che farebbero venire l’orticaria a qualsiasi sysadmin con un minimo di dignità.

L’esperimento ha mostrato come un agente AI sia riuscito a identificare che una regex mostruosa e ripetitiva, quasi illeggibile per un essere umano, poteva essere condensata in una versione molto più elegante e performante. È il classico caso in cui l’ottimizzazione estrema, che noi chiameremmo «overengineering», produce risultati concreti su carichi di lavoro specifici. Tuttavia, non tutto è oro quello che luccica. Analizzando le query, si è scoperto che alcuni processi raggiungevano tempi di esecuzione assurdi: parliamo di p99 che toccano il minuto e massimi che sfiorano le due ore di ricerca ininterrotta.

Per noi che viviamo tra terminali e script, leggere di query che durano due ore è quasi un trauma. Ma il punto interessante non è solo la lentezza, bensì il comportamento dell’agente. L’AI ha operato su pattern molto specifici, quasi come se stesse imparando le abitudini di chi usa quegli strumenti. È affascinante notare come l’agente abbia puntato su ottimizzazioni superficiali, agendo su casi d’uso comuni senza però avere la visione d’insieme necessaria per una vera rivoluzione strutturale.

C’è anche un aspetto filosofico non trascurabile: l’autore ammette che un esperto di AI, con le competenze giuste, potrebbe scrivere un’intelligenza artificiale molto più potente della sua. Al momento, siamo in una fase in cui l’AI è come un assistente molto diligente ma un po’ privo di buon senso, capace di risolvere un problema complesso ma pronto a lanciare una query che manda in tilt il server per ore solo perché «funziona».

In conclusione, l’esperimento ci dice che siamo vicini a un mondo in cui l’ottimizzazione del software non sarà più un compito manuale, ma un processo di iterazione automatizzata. Certo, finché non finiremo per pagare fatture AWS astronomiche perché un agente ha deciso di testare una regex troppo complessa, resteremo tutti in una zona di sicurezza. Per ora, godiamoci questi piccoli miracoli di efficienza (e di follia) computazionale.

Source: There's no reason for software to be slow anymore

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