
Cosa succedereca se il vostro codice fosse così perfetto, così privo di vulnerabilità, da risultare virtualmente inattaccabile anche dai supercomputer più avanzati?
Sembra il sogno proibito di ogni developer che ha passato notti insonni a debuggare memory leak o buffer overflow, vero? Eppure, c’è un lato oscuro in questa perfezione. Recentemente, un interessante paper di cryptographyengineering ha sollevato un punto che scotta: l’intelligenza artificiale sta per rendere il software ‘troppo sicuro’.
Per capire il dramma, dobbiamo fare un salto indietro, magari citando un classico come ‘The Wire’. All’epoca, intercettare un criminale era una questione di intercettare una telefonata o un telefono cellulare non troppo sofisticato. Era un lavoro di pazienza e hardware analogico. Poi, in un battito di ciglia, il mondo è cambiato. Sono arrivati gli smartphone, la crittografia end-to-end su WhatsApp è diventata lo standard e Apple ha iniziato a blindare i dati degli iPhone dietro passcode che rendono il recupero dei dati un incubo per chiunque non abbia le chiavi.
Il punto è che le forze dell’ordine si sono ritrovate in un mondo ‘dark’, dove le comunicazioni sono cifrate e i dati sono inaccessibili. E ora, con l’avvento dell’IA applicata alla scrittura del codice e al security testing, stiamo per entrare in una nuova era: quella del software quasi privo di difetti strutturali.
Se l’IA riuscirà a scrivere codice che non presenta quelle falle classiche che permettono i famosi ‘backdoor’ o le intrusioni silenziose, la capacità di sorveglianza delle agenzie (specialmente quelle americane, che spesso dettano legge sulle tecnologie che usiamo anche noi qui in Europa) crollerà drasticamente. Molti diranno: ‘E chi se ne frega? La privacy è sacra!’. E hanno ragione, la privacy è fondamentale. Ma il problema non è solo politico, è tecnico. Quando la sicurezza diventa assoluta, perdiamo anche la capacità di monitorare ciò che accade nelle zone d’ombra.
Certamente, non dobbiamo fare i nostalgici del ‘bad code’ o degli exploit di dieci anni fa. Però c’è un paradosso inquietante: stiamo costruendo un mondo digitalmente impenetrabile. Se da un lato questo è un trionfo per la nostra libertà e per la protezione dei dati personali contro i malintenzionati, dall’altro crea un vuoto informativo che le istituzioni non sanno ancora come gestire.
Speriamo solo che questa nuova era di sicurezza estrema non porti a reazioni controverse, come tentativi di inserire ‘standard di sicurezza’ che in realtà siano solo porte sul retro autorizzate. Perché, come sappiamo bene, dove c’è una chiave ufficiale, c’è sempre qualcuno che sta cercando di clonarla.
