
Avete mai desiderato che il vostro cloud fosse come un server sicuro in un bunker, capace di analizzare i vostri dati senza però poterli effettivamente leggere? No, non parlo di un delirio da film di fantascienza alla Mr. Robot, ma di quello che Google sta cercando di farci credere sia il futuro dell’intelligenza artificiale.
Il problema è vecchio quanto l’internet stesso: come facciamo a usare la potenza di calcolo del cloud per task complessi (tipo analisi medica o rilevamento frodi) senza dover consegnare in mano al provider le chiavi di casa nostre? Finora, la scelta era tragica: o ti fidavi ciecamente del provider e gli davano tutto in chiaro, o ti tenevi i dati in locale ma con un hardware che farebbe sembrare un Commodore 64 un supercomputer della NASA.
Qui entra in gioco la ‘Homomorphic Encryption’ (HE), ovvero la crittografia omomorfica. In parole povere, è una tecnica che permette di fare calcoli su dati criptati. Il risultato dell’operazione, una volta decriptato, è identico a quello che otterresti lavorando sui dati in chiaro. Sembra la bacchetta magica di Harry Potter, vero? Il problema è che finora far funzionare la HE era un incubo computazionale che faceva impallidire la latenza di un modem 56k.
Google ha deciso di provare a risolvere il puzzle con HEIR (Homomorphic Encryption Intermediate Representation), un nuovo compilatore open source. L’idea è ambiziosa: trasformare modelli AI già pronti per operare su dati in chiaro in versioni capaci di masticare ciphertext. Se il progetto va in porto, potremmo vedere servizi che riconoscono le vostre ‘hotword’ vocali o analizzano il traffico di rete alla ricerca di intrusioni senza mai sapere cosa stiate effettivamente dicendo o trasmettendo.
C’è dell’ottimo in tutto questo. Il fatto che sia open source e che stiano collaborando con università e startup per acceleratori hardware è una cosa che noi amiamo: meno barriere all’ingresso e più standard condivisi. Vedere demo su rilevamento frodi bancarie o analisi di rete senza decriptazione è decisamente eccitante.
Però, restiamo con i piedi per terra. Sappiamo bene come funziona il gioco: quando un colosso lancia uno strumento che promette di rendere ‘pratica’ una tecnologia complessa, il rischio è che stia solo preparando il terreno per rendere la sua infrastruttura ancora più centrale nel nostro ecosistema digitale. L’obiettivo dichiarato è rendere l’inferenza criptata ‘ubiquitaria’. Una parola bellissima, che però porta con sé il peso di un futuro in cui non avremo più alcun modo di scappare dal perimetro del provider, anche se i nostri dati sono tecnicamente illeggibili.
Speriamo che la libertà di far girare queste tecnologie in locale e in modo indipendente resti una priorità, e non solo un sottoprodotto di un ecosistema dove l’unico modo per avere l’AI è sottomettersi ai loro compilatori.
Source: Google is making private AI practical with homomorphic encryption
