
Se c’è una cosa che mi fa sudare freddo da hacker, è quando un colosso come Google decide che sa come funziona la navigazione web. Siamo abituati a smontare le cose, a vedere il codice che c’è sotto il bel resto, ma a volte sembra che ci stiano mettendo delle cinghie per i polsi digitali.
L’ultima notizia è arrivata da Google Search: stanno rafforzando le policy anti-spam per un fenomeno che chiamano «back button hijacking». Spoiler: è una roba che fa impazzire chiunque abbia mai provato a fare un *tinkering* sul codice di un sito. In soldoni, si tratta di siti che interferiscono con il pulsante Indietro del tuo browser, rompendo l’aspettativa fondamentale dell’utente: clicchi Indietro e torni esattamente dove eri.
Il concetto è semplice, ma il dibattito è pesante. Questi siti, per qualche motivo (forse vogliono venderti un NFT che non ti serve, o magari vogliono che tu guardi una pubblicità su un argomento che non ti interessa), ti deviano la rotta. Invece di tornare alla pagina A, ti buttano sulla pagina B, o ti bombardano di raccomandazioni che non hai chiesto. Google dice che questo è un comportamento manipolatorio e, perciò, un’infrazione di «malicious practices».
E qui arrivo io, con la mia solita dose di cinismo da nerd. Naturalmente, quando sento parlare di «user experience» e «malicious practices» con quel tono quasi evangelico, mi viene da fare un colpo di tosse. È il classico *corporate-speak* che maschera un semplice desiderio di controllo algoritmico. Non è tanto che il pulsante Indietro sia magico, è che rappresenta la *libertà di errore* del web. Il bello di un sito, soprattutto per noi che amiamo fare esperimenti, è che a volte rompe, a volte ti porta fuori strada per un secondo, e va bene così. È il caos che ci ispira.
Per noi maker, hacker e sviluppatori, questo significa che il confine tra «interferenza utente» e «interazione creativa» si sta assottigliando pericolosamente. Siamo costretti a scrivere codice non solo per far funzionare un’idea, ma anche per dimostrare a un algoritmo che non stiamo manipolando l’utente. È un livello di *gatekeeping* che ci fa venire voglia di rispolverare il vecchio terminale e tornare al periodo d’oro del retrocomputing, quando l’unica cosa che contava era che il codice compilasse, punto.
Quindi, cosa fare? Per chi di noi sta lavorando a qualcosa di sperimentale, che magari sfrutta un *redirect* o un *event listener* un po’ più aggressivo per un effetto visivo o un *flow* narrativo complesso, preparatevi. Dovrete rivedere ogni singola linea di codice che tocca la navigazione utente. Non si tratta solo di pulizia tecnica, è un cambio di mentalità: il codice deve essere trasparente, prevedibile e, soprattutto, *non deve nasconderti nulla*.
In sintesi: il web si sta rendendo troppo ordinato. E se c’è una cosa che amo, è l’imprevedibilità. Ci vediamo nel *terminale*, dove le regole sono solo un suggerimento, non un decreto.
