
Scommettiamo che, se potessi monetizzare l’hype e l’ansia corporativa, sarei già un miliardario. Ma seriamente, perché l’industria tecnologica sembra ossessionata dal creare sistemi così complessi che solo un consulente da tre cifre al giorno può capirli?
Stiamo parlando della guerra dei sistemi di virtualizzazione, un settore che ha sempre un sapore di teatro operistico e budget illimitati. Ultimamente, il titolo ha riportato che i colossi stanno litigando per i clienti VMware. Nutanix, per citare, fa i conti con grandi migrazioni, mentre Broadcom è sempre lì, a chiudere acquisizioni e a far tremare i mercati. Insomma, il solito balletto di venditori che si accaparrano i cuori (e i budget) dei grandi player aziendali.
E voi, che siete abituati a trovare il principio di funzionamento di un motore vintage o a far girare un sistema operativo su hardware che non dovrebbe nemmeno esistere, cosa ne pensate di questa farsa? Sembra che la posta in gioco sia altissima: parlare di migrare migliaia di macchine virtuali, di interi ecosistemi che sono diventati, diciamocelo, un po’ un «vendor lock-in» di perbeno.
Per noi che amiamo mettere le mani sporche, che preferiamo la soddisfazione di far lampeggiare un LED su un circuito fatto in casa, questa dinamica è irritante. Ci vendono la complessità come se fosse sinonimo di stabilità e sicurezza. Ci vendono la soluzione “all-in-one” che, in realtà, è solo un modo elegante per dire: «Non potrai uscirne». È il sogno del corporate-speak, amico. La comodità che ti imprigiona.
Il nostro corner preferito, quello dove si respira aria di Linux e si fa girare un emulatore Arcade con poche linee di codice, è esattamente l’opposto. Preferiamo la modularità. Preferiamo poter sostituire il processore, aggiornare il sistema operativo, o, meglio ancora, far girare tutto in un container leggero di Kubernetes, senza dover comprare una suite di servizi che potremmo assemblare noi stessi con un po’ di tempo e qualche soldatino di piombo.
Quando sentite parlare di «migrazioni di migliaia di VM», pensate a questo: state spingendo i clienti verso soluzioni proprietarie, con costi di passaggio (switching costs) così alti che, anche se c’è un concorrente migliore, è più facile e meno rischioso rimanere nel sistema che hai già pagato, anche se è un po’ obsoleto. È la paura del rischio, non la scelta tecnologica.
Quindi, la lezione che ci portiamo da queste battaglie di marketing è chiara: non lasciatevi ingannare dal glossario pieno di acronimi e promesse di «trasformazione digitale». Chi è bravo a risolvere un problema, lo fa con il minimo indispensabile, con la massima trasparenza. E spesso, la soluzione più elegante è quella che non ha bisogno di un webinar di due ore per spiegarvi perché è rivoluzionaria.
Meglio imparare a smontare il meccanismo che ci viene proposto, capire dove sta il collo di bottiglia, e magari, se capita, sostituirlo con qualcosa di Open Source. E poi, magari, creare un piccolo gioco in Godot con i dati che abbiamo recuperato. Così sì che si fa un uso creativo della potenza di calcolo, invece di solo spingere il prossimo ciclo di aggiornamento hardware. Più hacker, più maker, meno consulenti che parlano di ‘sinergie’, per favore!
Source: “Negative” views of Broadcom driving thousands of VMware migrations, rival says
