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“title”: “Smart Glasses: Il nuovo modo per sentirsi osservati (anche quando siete soli)”,
“excerpt”: “Un test recente sugli Xgimi MemoMind One ci ricorda perché l’idea di avere una telecamera sempre accesa sul muso non sia affatto il futuro che sognavamo.”,
“content”: “C’è un confine sottile tra l’essere un cyborg super efficiente e il diventare un terminale vivente per il data mining selvaggio. Recentemente, un test approfondito sugli Xgigi MemoMind One ha messo in luce quanto quel confine sia, in realtà, già stato ampiamente varcato.nnL’idea alla base di questi smart glasses è quella che noi nerd amiamo: un assistente che registra tutto, trascrive conversazioni e ti aiuta a non dimenticare mai un dettaglio. Sembra un gadget da protagonista di una serie sci-fi alla ‘Black Mirror’, ma la realtà è molto meno glamour e molto più fastidiosa. Il problema non è solo la tecnologia in sé, ma il fatto che questi occhiali sono progettati per essere dei microfoni e delle telecamere onnipresenti, montati esattamente dove la vostra linea di vista è più naturale.nnImmaginate la scena: siete al bar con gli amici, parlate di quella patch sperimentale che state testando o magari fate una battuta un po’ troppo sarcastica sul vostro ultimo capo. Ecco, con un dispositivo del genere, ogni singola sillaba viene catturata, processata e, per come funzionano questi ecosistemi chiusi, potenzialmente inviata in qualche cloud proprietario che non sapremo mai veramente dove risieda.nnCerto, potremmo dirci: «Eh, ma tanto in Italia abbiamo il GDPR e siamo tutelati». Sì, sulla carta è vero, e le autorità europee sono decisamente meno permissive rispetto ad altri regimi riguardo alla raccolta massiva di dati biometrici e ambientali. Tuttavia, la tecnologia corre sempre più veloce della burocrazia. Anche se le leggi ci proteggono, il problema resta la comodità: se il gadget è troppo comodo per essere usato, smetteremo di chiederci dove finiscano i nostri log audio.nnOltre al problema della sfera personale, c’è una questione di design e UX che non va sottovalutata. Un dispositivo che ti osserva e ti ascolta costantemente crea una tensione sociale non indifferente. Non è solo questione di segretezza, è che rovina l’esperienza di interazione umana. Diventa tutto un esercizio di autocontrollo, come se avessi sempre un microfono aperto su un server remoto proprio davanti agli occhi.nnIn breve: se cercate l’augmented reality pura, l’interazione con elementi digitali sovrapposti al mondo reale, il potenziale è enorme e ci sono componenti hardware che mi fanno impazzire. Ma se il progetto è solo quello di trasformare il vostro volto in una webcam per il cloud di un vendor, allora fate un passo indietro. Per ora, preferisco di gran lunga i miei vecchi metodi per ricordare le cose: un foglio di carta o, se proprio voglio fare il tech-bro, un semplice file Markdown. Almeno quello non mi spia mentre dormo.”,n”tags”: [“Smart Glasses”, “Privacy”, “Wearable Tech”, “Data Collection”, “Tech Review”],n”image_prompt”: “A cinematic, slightly dystopian digital art piece. A close-up of a pair of futuristic glasses resting on a dark, cluttered workbench surrounded by circuit boards, soldering irons, and loose wires. The lenses of the glasses reflect a glowing, distorted stream of binary code and waveform patterns. Moody lighting with neon blue and amber accents, cyberpunk aesthetic, high detail, macro photography style.”n}

Source: You Don’t Want Smart Glasses That Record Everything You Say—Trust Me

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