Wine su OpenBSD: sì, è successo davvero (e no, non è uno scherzo)

Wine su OpenBSD: sì, è successo davvero (e no, non è uno scherzo)

C’è qualcosa di profondamente catartico nel vedere un pezzo di codice nato per far girare i titoli Windows che tenta di sopravvivere nel castello d’acciaio di OpenBSD.

Se seguite i thread giusti su Hacker News, avrete notato che la notizia sta girando con una certa insistenza: Wine è stato finalmente portato su OpenBSD. Per chi non mastica abbastanza kernel o vive troppo comodamente dentro le mura di Windows, lasciatemi spiegare il peso di questa notizia. OpenBSD non è solo un sistema operativo; è una filosofia di sicurezza quasi ossessiva, dove ogni riga di codice viene passata al setaccio per evitare che qualche exploit possa decidere di fare il turista nel vostro sistema. Portare Wine lì dentro è come cercare di far entrare un Transformer in una stanza blindata senza far scattare i sensori di movimento.

Perché dovrebbe interessarci? Beh, lo sappiamo tutti che la maggior parte del software ‘utile’ (e no, non parlo di quelli che richiedono un account obbligatorio e tracciamento costante) è ancora incatenata all’ecosistema Microsoft. Wine è il nostro ponte, il nostro tentativo di dire: «Voglio usare quel tool specifico, ma non voglio che il mio OS diventi un centro di raccolta dati per la multinata di Redmond». Vedere questo layer di compatibilità che si espande anche verso le terre più impervie e sicure del mondo Unix-like è una vittoria per la libertà di scelta.

Naturalmente, non aspettatevi di far girare l’ultimo AAA con il ray tracing impostato al massimo. Non siamo mica nel film ‘Ready Player One’. Il porting è un lavoro enorme di adattamento delle librerie e gestione delle chiamate di sistema che devono rispettare i rigorosi standard di OpenBSD. È un lavoro sporco, complicato, che richiede una pazienza che noi maker e hacker solitamente riserviamo solo al debugging di un firmware scritto male.

Non è la notizia che cambierà la legislazione europea o che renderà i nostri PC più economici, ma è quella che mantiene viva la scintilla dell’interoperabilità. In un mondo dove tutto tende a chiudersi in giardini recintati e proprietari, avere strumenti che sfidano i confini è l’unica cosa che ci impedisce di diventare semplici utenti passivi di scatole nere tecnologiche.

Quindi, un grande applauso a chi ha sporcato le mani con il codice per rendere questo possibile. Ora, se scusate, vado a vedere se riesco a far girare un vecchio gioco di strategia senza che il mio firewall mi faccia esplodere il terminale.

Source: Wine ported to OpenBSD

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