
Avete presente quando un modulo di un codice custom va in un loop infinito e inizia a consumare tutto il ciclo di CPU finché il sistema non collassa? Ecco, immaginate che accada non a un thread di Python, ma all’intero management di una corporation.
Recentemente è emersa una riflessione piuttosto inquietante (ma decisamente divertente da osservare dall’esterno) lanciata da Mitchell Haq: molte aziende stanno entrando in una vera e propria «AI psychosis». Non parliamo di semplici integrazioni intelligenti per ottimizzare la logica di un bot, ma di un delirio collettivo dove ogni singola decisione aziendale, dal marketing alla logistica, viene forzata dentro lo stampo dell’intelligenza artificiale, spesso senza un senso logico o un valore aggiunto reale.
Il pattern è sempre lo stesso: vedi un board di dirigenti che non sa nemmeno cos’è un transformer, ma che urla «AI-first!» come se fosse l’unico modo per non finire nel dimenticatoio. Il risultato? Si buttano milioni in infrastrutture cloud sovradimensionate e API costose per risolvere problemi che si risolverebbero con un semplice script Bash o, meglio ancora, con un po’ di buon senso e un database SQL ben strutturato. È l’hype che prende il comando, trasformando le aziende in entità che inseguono fantasmi di produttività che non esistono.
Da smanettone, questa cosa mi fa venire i brividi. Noi siamo abituati a smontare i circuiti per capire il funzionamento di un sensore o a debuggare un kernel per trovare quel singolo bit errato. Noi cerchiamo la verità nel codice e nell’hardware. Invece, qui vediamo un mondo che sta cercando di costruire castelli di sabbia sopra una nebbia di prompt generici e allucinazioni di LLM. Il rischio è che, nel tentativo di essere ‘intelligenti’, queste aziende perdano la capacità di capire le basi del proprio business, diventando fragili e totalmente dipendenti da vendor esterni che vendono soluzioni magiche (e carissime).
Cosa significa per noi, che passiamo le notti a far girare Godot o a modellarci pezzi per la nostra CNC? Significa che dobbiamo restare ancorati alla realtà del ‘fare’. Mentre il mondo corporate si perde nel delirio dell’AI-washing, la nostra forza sta nel saper integrare queste tecnologie come strumenti, non come divinità. L’AI è un fantastico acceleratore, un plugin potente, ma se provi a usarla come se fosse il kernel del tuo sistema operativo, il crash è inevitabile.
Quindi, mentre i CEO celebrano la loro ‘psicosi digitale’, noi continuiamo a scrivere codice solido, a costruire macchine che funzionano davvero e a goderti il piacere di un sistema che risponde esattamente a quello che hai scritto, senza inventarsi feature che non hai mai chiesto.
Source: I believe there are entire companies right now under AI psychosis
