
Immaginate di dover risolvere un enigma complicatissimo, tipo decifrare un messaggio criptato di Krypton, ma con un grosso problema: ogni dieci secondi dimenticate metà delle informazioni che avete appena letto. Ecco, questo è il limite biologico che ci condanna a restare ‘umani’.
Recentemente è emersa una riflessione interessante che scardina l’hype da film di fantascienza: l’AI non sta necessariamente diventando più intelligente di un matematico o di un programmatore esperto in termini di puro ragionamento logico. Il vero ‘cheat code’ che sta usando è la capacità di accedere a una memoria di lavoro simbolica virtualmente illimitata.
In parole povere, mentre noi cerchiamo di non perdere il filo del discorso dopo tre paragrafi di documentazione tecnica (un’impresa non da poco, lo sappiamo), i modelli linguistici possono tenere a mente una quantità di dati, simboli e relazioni che il nostro cervello biologico scarterebbe dopo un battito di ciglia per evitare il crash del sistema. Non è questione di avere un QI superiore, ma di avere una RAM che non va mai in swap e non soffre di frammentazione.
Questa enorme finestra di contesto permette all’AI di mappare connessioni tra elementi distanti migliaia di righe di codice o di testo, creando una sorta di panorama globale che noi possiamo solo intuire. Per noi, il ragionamento è un processo iterativo e faticoso; per loro, è una scansione massiva di un database di simboli sempre presente e accessibile.
Ovviamente, c’è da stare attenti a come interpretiamo questa notizia. Non è che l’AI abbia risolto il problema del ‘ragionamento profondo’ o che abbia capito come funziona la fisica quantistica per magia. È solo che è incredibilmente brava a non dimenticare i dettagli. È un vantaggio strutturale enorme, quasi sleale, che però non risolve i problemi di fondo legati alla logica pura o all’allucinazione.
E non fatevi ingannare dal fatto che questa sia una scoperta che arriva dai circuiti globali del tech: anche se non cambierà subito le leggi sulla privacy in Italia o il modo in cui paghiamo le tasse, capire la natura di questo vantaggio ci aiuta a non cadere nel mito dell’AI ‘divina’. Non è un dio, è solo un assistente con un archivio infinito che non si stanca mai di rileggere le istruzioni. Ed è una cosa decisamente figa, anche se non ancora in grado di sostituire il piacere di un debug fatto a mano con la birra in mano.
Source: AI has access to a vastly larger working memory than the human brain
