
Dici che la conoscenza è potere? Bene, oggi ti mostriamo chi sta cercando di rubarci le nostre biblioteche e perché i 322 milioni di dollari che sono volati via da Anna’s Archive sono solo il sintomo di una malattia molto più grande.
È successo che Anna’s Archive, quel progetto che vuole essere il custode digitale della nostra cultura (il nostro TILT machine per la memoria collettiva), ha preso un colpo pesante nel settore legale. Spotify e un sacco di major etichette discografiche hanno ottenuto un default judgment per un mucchio di soldi, basandosi su problemi di pirateria. E tutto questo senza neanche un vero confronto, un giudizio “walkover”.
Quando leggi queste cose, ti viene da urlare: ma è serio? È come guardare a una Macchina del Tempo super-potente costruita con un Arduino e vederla bloccata perché manca la licenza di un’azienda di toner. Frustrante, giusto?
Il messaggio che ci arriva non è solo legale, è un messaggio economico e filosofico. È il classico scontro tra chi vuole monetizzare ogni singolo byte (il ‘vendor lock-in’ assoluto) e chi vuole che le cose funzionino con pura passione, con un po’ di codice open e determinazione. È la battaglia tra la libreria aperta di Wikispaces e l’ecosistema a pagamento di un servizio in abbonamento.
E qui ci arrivo sul mio punto da nerd smanettone: ogni volta che sentiamo parlare di giudizi così, dove i giganti delle piattaforme vincono senza un reale confronto sulla mercede, dobbiamo vederlo come un allarme rosso. Non è che non ci sia nulla di valore nell’archiviazione, ma il modello che si sta imponendo è basato sulla paura e sulla proprietà totale. È il capitalismo che cerca di trasformare l’accesso al sapere in un servizio a pagamento, un abbonamento mensile obbligatorio per la nostra stessa esistenza culturale.
Cosa significa per noi che ci piace mettere le mani in pasta? Significa che dobbiamo fare il lavoro sporco. Non possiamo più dipendere da un server centralizzato, da un API che ci blocca, o da un ‘permesso’ aziendale. Dobbiamo diventare i nostri architetti, i nostri manutentori, i nostri scoperative.
Quando la legge e i mega-sistemi ci dicono che non possiamo avere accesso a qualcosa, la risposta da maker non è protestare in piazza, è costruire un circuito alternativo. È usare il Godot per creare il nostro gioco non dipendente da un motore proprietario, è usare Blender e Gimp per mantenere l’arte locale, è costruire un sistema di archiviazione che gira su un Raspberry Pi in cantina, completamente offline, per non dipendere da un cloud che ha un’agenda. È il ‘bushwhacking’ digitale.
Il loro successo, se è una vittoria, è una trincea. E noi, hacker, maker, nerd, artisti che odiano l’hype vuoto dei comunicati stampa, non abbiamo tempo di guardare la TV. Dobbiamo tenere le mani sporche e il codice sempre aperto. Chi controlla il protocollo, controlla la storia. E noi, ricordiamocelo, siamo ancora i migliori *hackers* di protocollo esistenti.
Source: Anna's Archive loses $322M Spotify piracy case without a fight
