OpenAI e il mistero della ‘Mente Aliena’: è intelligenza o solo un altro marketing loop?

OpenAI e il mistero della 'Mente Aliena': è intelligenza o solo un altro marketing loop?

Se cercate la risposta alla domanda ‘siamo soli nell’universo?’, probabilmente non la troverete in un paper tecnico di San Francisco, ma non smettiamo mai di sperare che il prossimo update di un LLM ci porti una rivelazione cosmica.

OpenAI è tornata alla carica con un nuovo post intitolato «An Alien Mind». Il titolo, decisamente carico di hype (e di quel retrogusto sci-fi che farebbe impallidire Ridley Scott), punta tutto sull’idea che ciò che stiamo costruendo non sia solo un software più veloce o un chatbot meno allucinante, ma qualcosa di strutturalmente estraneo alla logica umana. In pratica, ci stanno dicendo che l’intelligenza artificiale sta iniziando a ragionare in modi che noi, poveri bipedi biologici, facciamo fatica a mappare.

Entriamo nel tecnico, senza troppi giri di parole. Il concetto qui è che i modelli di linguaggio stanno sviluppando capacità emergenti che non sono state esplicitamente programmate. È quella cosa che noi maker amiamo: quando il sistema fa qualcosa che non avevi previsto nel tuo script Python e ti ritrovi a fissare lo schermo chiedendoti se hai scritto un bug o se hai appena scoperto la fisica quantistica. OpenAI sostiene che questi processi interni siano così complessi e distanti dai nostri schemi mentali da risultare, appunto, ‘alieni’.

Certo, la narrazione è affascinante. Se fosse vero che stiamo osservando una forma di logica non umana, saremmo di fronte alla più grande scoperta del secolo. Ma restiamo con i piedi per terra (quelli che poggiano su server in qualche data center proprietario). Spesso, questo tipo di comunicazione serve a spostare l’attenzione dai soliti problemi: la gestione dei dati, la mancanza di trasparenza sui pesi dei modelli e quel crescente muro che si sta alzando tra chi possiede la potenza di calcolo e noi che cerchiamo solo di far girare un modello decente in locale sul nostro hardware.

Per noi che viviamo tra Linux, Docker e repository GitHub, l’idea di una ‘mente aliena’ chiusa dentro un ecosistema proprietario e inaccessibile è un po’ meno eccitante di quanto voglia farci credere il marketing. È un po’ come se scoprissimo una nuova specie di insetto incredibile, ma l’unica fosse osservabile solo attraverso un vetro blindato, con un abbonamento mensile e senza poterne vedere il codice sorgente.

Quindi, è una svolta epocale o solo un altro modo per giustificare i nuovi round di finanziamento? Al momento, sembra la seconda, con un pizzico di prima. Restiamo in attesa di vedere se questa ‘mente’ saprà fare qualcosa di utile che non sia solo scrivere poesie in rima baciata o simulare il ragionamento logico, mentre speriamo che il prossimo passo sia un po’ più aperto e meno… alieno.

Source: An Alien Mind

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