Libertarismo digitale: ovvero, come farsi i fatti propri finché il Wi-Fi regge

Libertarismo digitale: ovvero, come farsi i fatti propri finché il Wi-Fi regge

Quanto può essere stressante trovarsi nel bel mezzo del nulla, con una mappa cartacea che sembra un puzzle impossibile e zero segnale GPS, mentre cerchi di capire se sei in Kentucky o in un altro universo parallelo?

Molti dei nuovi arrivati nel nostro mondo, quelli che sono nati con un iPad già in mano, guardano a quell’epoca con una nostalgia tossica, sognando un passato ‘semplice’. Ma la verità è che la tecnologia, anche quando è rudimentale e frustrante come una bussola che punta a caso, ha un valore che il cyber-libertarismo moderno sta dimenticando. Ho appena finito di leggere un pezzo di Mat Duggan che mette a nudo quella che definisce una vera e propria ipocrisia nel mondo digitale.

Il punto è questo: oggi ci piace l’idea di un internet selvaggio, senza regole, dove ognuno è il sovrano del proprio bit. È un concetto che fa vibrare le corde del nostro spirito hacker. Ma c’è un ‘però’ grosso come un server rack. Il cyber-libertarismo spesso si trasforma in una scusa per ignorare le conseguenze delle proprie azioni, pretendendo libertà totale ma dimenticando che la libertà senza una struttura che la protegga diventa solo caos (o, peggio, il parco giochi per i soliti tiranni corporate).

Per noi che passiamo le notti a compilare kernel, a modellare pezzi per le nostre CNC o a cercare di far girare un’IA locale su un vecchio hardware recuperato, la questione è vitale. Noi amiamo smontare le cose, amiamo l’open source e odiamo il vendor lock-in che ci impedisce di avere il controllo totale sul nostro hardware. Ma non possiamo pretendere un sistema digitale che sia ‘libero’ solo quando fa comodo a noi, ignorando che la libertà digitale richiede una responsabilità collettiva.

Se vogliamo davvero un internet che sia uno spazio di creazione e non solo un campo di battaglia per bot e manipolatori, dobbiamo smettere di sbandierare ideologie che sanno solo di hype e iniziare a costruire infrastrutture che siano resistenti, trasparenti e, soprattutto, reali. Non basta dire ‘non vogliamo regole’; dobbiamo progettare sistemi che rendano le regole intrinseche, proprio come un buon codice che non può crashare perché è scritto con la logica corretta.

Insomma, meno retorica da forum di libertari e più focus su come rendere la tecnologia davvero decentralizzata e funzionale. Meno chiacchiere sull’anarchia digitale e più tempo a far girare le nostre macchine per il riciclo della plastica o i nostri motori grafici in Godot. La vera libertà non è l’assenza di regole, ma il potere di scrivere le proprie.

Source: The hypocrisy of cyberlibertarianism

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