
Se guardate bene il vostro codice, vi accorgerete che la bellezza non sta quasi mai nella brevità estrema, ma nella sostanza e nella struttura. C’è una strana ossessione moderna nel tagliare tutto, nel rendere ogni cosa ‘lean’, ‘agile’ e ridotta all’osso, come se l’efficienza fosse l’unico parametro che conta.
Recentemente è spuntato un pezzo interessante su Hacker News intitolato «I like ‘em thick: an apology to my English teachers». Il titolo suona come un provocazione da bar, ma il nocciolo della questione è molto più profondo e, onestamente, un po’ malinconico. L’autore si scusa con i suoi insegnanti di inglese perché, nel tentativo di abbracciare la modernità e la velocità, ha finito per disprezzare la densità, la complessità e quella ricchezza semantica che solo una struttura ‘spessa’ e ben articolata può offrire.
Per noi che passiamo le giornate tra documentazioni tecniche, script Bash e file di configurazione, questo concetto è familiare. Spesso cerchiamo la soluzione più breve, il comando più sintetico, il refactoring che riduce le righe. Ma c’è un limite sottile tra ‘pulito’ e ‘povero’. Quando eliminiamo tutto il superfluo, finiamo per eliminare anche il contesto. Finiamo per creare sistemi che funzionano, ma che non dicono nulla. Sono come quei microservizi che fanno una sola cosa, ma se devi capire perché un dato è cambiato, ti ritrovi in un labirinto di chiamate asettiche e prive di significato.
Certo, non stiamo parlando di scrivere saggi infiniti ogni volta che dobbiamo aggiornare un README. Non è che dobbiamo tornare a scrivere manuali d’istruzioni lunghi quanto il Codice Hammurabi. Però, c’è un messaggio importante per la nostra community: non sacrifichiamo la profondità sull’altare della brevità. La tecnologia che amiamo è quella che ha strati, quella che permette di scavare e capire il ‘perché’, non solo il ‘come’.
C’è da dire che, come sempre, questa è una riflessione molto anglosassone. In Italia, tra burocrazia e un certo amore per la retorica (spesso eccessiva, siamo onesti), forse siamo già strutturalmente predisposti al ‘thick’. Ma il punto non è la lingua che parliamo, è l’approccio mentale. Non dobbiamo aver paura della densità. La prossima volta che trovate un progetto open source con una documentazione ricca, dettagliata e quasi ‘pesante’, non scoraggiatevi. Non è fuffa, è sostanza. È il contrario di quel minimalismo sterile che sta rendendo il web un deserto di contenuti piatti e senza anima.
