Google Chrome e l’arte di ritrattare: l’AI non è poi così ‘privata’ come dicevano

Google Chrome e l'arte di ritrattare: l'AI non è poi così 'privata' come dicevano

Smettetela di fidarvi di quello che leggete nelle slide di presentazione dei grandi big tech, perché la realtà è decisamente meno ‘privacy-friendly’ di quanto sembri.

Avete presente quella sensazione di sicurezza che provate quando pensate che, siccome un processo gira localmente sulla vostra macchina, i vostri dati restino confinati tra le vostre RAM e il vostro SSD? Ecco, Google ha appena deciso di ricordarci che la parola «on-device» è un concetto estremamente elastico quando c’è di mezzo l’integrazione dell’intelligenza artificiale.

La notizia, che ha fatto saltare sulla sedia gli utenti più attenti su Hacker News, riguarda una modifica silente nelle comunicazioni di Chrome. In precedenza, Google faceva capire che le funzioni di AI integrate nel browser sarebbero state gestite direttamente sul vostro hardware, senza far uscire nulla dai confini del vostro dispositivo. Recentemente, però, quella specifica rassicurazione è sparita. In pratica, hanno rimosso l’affermazione secondo cui i dati non verrebbero inviati ai server di Google.

Per noi che passiamo le notti a configurare server locali, a far girare modelli LLM in locale con Llama o a smanettare con script Python che non devono comunicare con l’esterno, questo è un segnale d’allarme rosso fuoco. Non è solo una questione di privacy — anche se la privacy è sacra — è una questione di trasparenza. È il classico trick del corporate-speak: quando non puoi più sostenere una promessa perché la tecnologia o il business model richiedono altro, la soluzione non è ammettere il cambiamento, ma semplicemente cancellare la frase dal manuale.

Cosa significa per la nostra community? Significa che non possiamo dare per scontato nulla. Se usate Chrome per gestire progetti sensibili, o se state testando strumenti di automazione che toccano dati privati, ricordatevi che il confine tra ‘locale’ e ‘cloud’ è diventato sottilissimo, quasi trasparente. Il rischio di vendor lock-in e di data mining selvaggio è dietro l’angolo, mascherato da una comoda funzione ‘intelligente’ che ti aiuta a riassumere una pagina web.

In un mondo dove la tendenza è spostare tutto verso il cloud per far quadrare i bilanci delle corporation, noi dobbiamo continuare a fare i nostri dovori: testare, verificare e, se necessario, cercare alternative open source che non trattino i nostri bit come merce di scambio. La prossima volta che vedete un’etichetta «on-device», prendetela con le pinze. È solo un suggerimento, non un contratto.

Restate critici, restate offline quando serve, e soprattutto… non smettete mai di smontare tutto.

Source: Chrome removes claim of On-device Al not sending data to Google Servers

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