
Avete mai provato quella sensazione di impotenza totale davanti a uno schermo che sembra deliberatamente ostile alle vostre intenzioni? È quel momento in cui la tecnologia, che dovrebbe semplificarci la vita, decide improvvisamente di agire come un dungeon master particolarmente sadico.
Recentemente è emerso un piccolo (leggasi: enorme) glitch logico nel mondo Google. L’autore del post originale, un vero sopravvissuto alle ere di Symbian e Palm Pilot, ha provato a fare una cosa semplicissima: cliccare su un link di un calendario per aggiungerlo al proprio Google Calendar su Android 17. Risultato? Nulla. Il nulla cosmico. L’app si è aperta, ha guardato il link con l’indifferenza di un CEO durante una riunione di budget e non ha mosso un dito.
Per risolvere il problema, l’utente è dovuto ricorrere al ‘trucco del mestiere’: impostare la modalità desktop sul browser del telefono, caricare la versione web, aggiungere il calendario e… magicamente, l’app lo ha visto. Una soluzione che farebbe impallidire qualsiasi script di automazione scritto male.
Ma la vera domanda non è ‘perché non funziona?’, perché la risposta è ovvia: è una scelta di design. Non è che i programmatori di Mountain View non sappiano implementare un tasto ‘+’. È che oggi l’obiettivo non è la fluidità dell’esperienza utente, ma l’engagement. Le aziende vogliono che voi abbiate la loro icona sulla home, che rimaniate dentro il loro ecosistema blindato, che i loro KPI (e i bonus dei manager, chiamiamoli con le loro)’, l’unico vero motore del mondo moderno.
Costruiscono app che sono gusci vuoti, versioni ‘half-assed’ di servizi che funzionerebbero benissimo via web, solo per tracciarvi meglio e tenervi prigionieri di un’interfaccia che spesso è meno capace del browser che state usando per evitarla. È quella strana deriva per cui, per far funzionare una funzione di base, devi bypassare l’app stessa.
Siamo finiti in un paradosso tecnologico: le app nascono per risolvere problemi di aggiornamento e performance, ma oggi sono diventate solo un modo per creare barriere tra noi e i contenuti. Se volete un’app, fatela, ma finite il lavoro. Non presentatemi un software che è un puzzle incompleto con la promessa che ‘funziona meglio nell’app’ quando l’app stessa è l’ostacolo principale.
In un mondo di WebAssembly e Progressive Web Apps che stanno rendendo il browser quasi indistinguibile da un’app nativa, questa resistenza al web aperto sembra solo un modo pigro per recintare il giardino digitale. E noi, che amiamo smontare le cose per capire come funzionano, non possiamo che scuotere la testa con un sorriso amaro.
Source: “It works better in the app”
