Exchange Server: il nuovo ospite indesiderato che non se ne va nemmeno se riavvii tutto

Exchange Server: il nuovo ospite indesiderato che non se ne va nemmeno se riavvii tutto

Se esistesse un premio per la persistenza più irritante del mondo, questa vulnerabilità di Exchange Server vincerebbe il trofeo senza nemmeno arrivare in finale.

Siamo di fronte a un exploit di ‘massima severità’ che sta venendo sfruttato attivamente da gruppi hacker legati al Cremlino. E no, non parlo della solita patch che installi e ti dimentichi, o del classico malware che pulisci con una bella scansione e un reboot. Qui la faccenda si fa decisamente più sottile e, onestamente, decisamente più inquietante.

Il problema non è solo che riescono a entrare nelle reti non patchate. Il vero ‘colpo di genio’ (citazione ironica, sia chiaro) è che l’exploit permette di installare una backdoor capace di sopravvivere anche alla rotazione delle credenziali e, addirittura, alla reimmaginazione del disco. In pratica, puoi formattare tutto, reinstallare l’OS e cambiare ogni singola password del dominio, ma quegli ospiti indesiderati sono già lì, nascosti in qualche angolo buio del sistema, pronti a riprendere il controllo non appena torni online.

Per chi mastica un po’ di cybersecurity, questo significa che la fiducia nel concetto di ‘clean install’ è ai minimi storici. È come se qualcuno avesse trovato il modo di nascondere un microfono dentro il cemento delle fondamenta della tua casa: puoi ridipingere le pareti e cambiare la serratura, ma l’ascolto continua.

Naturalmente, leggere di exploit russi che colpiscono server globali potrebbe far pensare che il problema sia solo una questione di geopolitica e di ciò che succede nei server governativi di Washington o Mosca. Per noi che viviamo in Italia, la diretta immediata è poca: le nostre aziende e i nostri enti pubblici sono spesso gli ultimi della lista per quanto riguarda gli aggiornamenti critici, ma le conseguenze sono globali. Se una rete infrastrutturale viene compromessa in questo modo, l’effetto domino è inevitabile.

C’è da dire che, ancora una volta, ci troviamo di fronte al solito scenario: software complesso, proprietario, che si presenta come il pilastro del mondo enterprise, ma che si rivela essere un colabrodo appena qualcuno decide di usare un po’ di creatività applicata al codice. È il classico caso in cui la comodità di avere un ecosistema chiuso e ‘tutto integrato’ si trasforma in una prigione digitale dove l’unico modo per sentirsi davvero sicuri è, forse, iniziare a guardare con molta più attenzione verso alternative che non richiedono di pregare ogni volta che arriva un aggiornamento critico.

Se gestite server Exchange, la parola d’ordine è una sola: patchate. E poi controllate bene che non vi abbiano lasciato un ‘regalino’ che non avevate ordinato.

Source: Max-severity Exchange server flaw under active exploitation by Kremlin hackers

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