
E se vi dicessi che la prossima volta che vi mettono la sedia dentale, potreste essere parte di una release in fase di testing?
Ho passato la notte a scrollare Hacker News e, tra un thread su kernel Linux e un altro su nuovi chip RISC-V, mi sono imbattuto in un pezzo che fa venire i brividi (e non per l’anestesia). L’argomento è: «Ma i dentisti sanno davvero quello che stanno facendo?». Il sottotitolo è pura poesia cyberpunk: «Dopotutto, stanno solo facendo pratica».
Sì, avete letto bene. L’idea che il nostro sorriso sia il sandbox dove professionisti esperti testano le loro ultime patch di competenze è il tipo di paranoia che amo. Per noi che passiamo le giornate a compilare codice sperando che il bug non esploda in produzione, l’idea di avere un ‘live deployment’ direttamente sulla nostra gengiva è decisamente poco rassicurante.
Ovviamente, stiamo parlando di un’opinione provocatoria che gira tra le community più critiche, ma il concetto di fondo è affascinante. Spesso ci fidiamo ciecamente di protocolli e certificazioni, dimenticando che dietro ogni procedura c’è un essere umano che, per quanto laureato, sta di fatto applicando un set di istruzioni che affina con l’esperienza. È un po’ come quando installiamo una dipendenza sperimentale su un progetto critico: speriamo che il manutentore abbia testato tutto, ma in fondo sappiamo che stiamo solo sperando che non ci sia un breaking change imprevisto.
Certo, restiamo con i piedi per terra. Non è che domani mattina tutti i dentisti italiani si sveglieranno decidendo di usare la tecnica del ‘trial and error’ senza prima aver letto il manuale. In Italia, tra burocrazia sanitaria e protocolli ministeriali, la gestione del rischio è (teoricamente) molto più rigida rispetto ad altri contesti. Però, il dubbio filosofico resta: dove finisce la competenza certificata e dove inizia l’improvvisazione basata sull’apprendimento continuo?
In un mondo dove tutto sembra essere standardizzato e pre-confezionato, l’idea che il progresso avvenga tramite una serie di esperimenti (un po’ caotici) è quasi romantica. È lo spirito del maker: rompere le cose per capire come ricostruirle meglio. Il problema è che se rompi un pezzo di codice, fai un rollback. Se rompi un incisivo, beh… il rollback è un po’ più complicato e decisamente più costoso.
Quindi, la prossima volta che sentite quel trap, non pensate solo al dolore. Pensate che potreste essere l’ultima versione di un aggiornamento fondamentale. E speriamo solo che non abbiano dimenticato di commentare il codice.
