
Immaginate di compilare un software usando librerie obsolete, versioni di Python non compatibili e un compilatore che decide di ignorare metà dei vostri warning. Ecco, circa questo è il feeling che si prova guardando l’annuncio di «Wonka’s The Golden Ticket», l’ultima scommessa di Netflix.
La notizia, che è arrivata con la grazia di un kernel panic, riguarda la nuova serie streaming che cerca di capitalizzare sul mito di Willy Wonka. Ma non è solo una questione di trama stucchevole o di una produzione che sembra un copia-incolla di mille altri show già visti. Il vero problema, quello che fa venire voglia di fare un rollback immediato alla realtà, è l’uso dell’intelligenza artificiale per ricreare Gene Wilder.
Sì, avete letto bene. In un mondo in cui stiamo cercando disperatamente di capire dove finisca l’opera umana e dove inizi l’output di un modello generativo, Netflix decide di spingere sull’acceleratore della resurrezione digitale. Usare l’AI per far recitare un attore scomparso non è solo un trick tecnologico che solleva question’s etiche pesantissime (parliamo di una zona grigia che manco i permessi di root su una distro sperimentale), ma è anche un’idea profondamente pigra. È il massimo del minimalismo creativo: perché sforzarsi di trovare un nuovo talento quando puoi semplicemente processare dei frame vecchi di decenni?
E poi c’è il contenuto. Se la parte tecnologica è inquietante, la trama è piatta come un file .txt senza formattazione. La critica non ha risparmiato colpi, definendo lo show «moronico» e privo di quella scintilla che rendeva iconico l’universo di Roald Dahl. Sembra l’ennesimo prodotto pensato dagli algoritmi per massimizzare il tempo di permanenza sulla piattaforma, ignorando completamente la necessità di scrivere una storia che abbia un senso o un’identità.
Certo, noi che viviamo di codice e hardware siamo abituati a vedere l’automazione fare magie, ma quando l’automazione viene usata per svuotare l’arte della sua essenza, il bug non è nel codice, è nel modello di business. Non importa se questa produzione non cambierà le leggi sul copyright in Italia o in Europa (anche se, per inciso, i regolamenti AI che stanno arrivando sono una cosa seria su cui riflettere), il punto è che stiamo assistendo alla creazione di un loop infinito di contenuti senz’anima.
In breve: se volete vedere qualcosa di veramente creativo e imprevedibile, meglio smanettare con un vecchio Raspberry Pi che aspettare che Netflix ci regali un clone digitale di un attore defunto in una serie che ha lo stesso carisma di un template Bootstrap di default.
