
C’è qualcosa di profondamente poetico nel vedere un ricercatore che, da un giorno all’altro, passa dall’essere un nome anonimo in un paper accademico a diventare il nuovo volto del terrore tecnologico globale. Se vi sembrasse una trama uscita da un episodio di Black Mirror, non siete i soli. Stiamo parlando di Jacob Coxon, l’uomo che i media hanno iniziato a chiamare «AI Doomlord», e che ha appena dato il via al suo tour mediatico per spiegare a tutti quanto siamo messi male.
Per chi non lo sapesse (o per chi è troppo impegnato a compilare kernel custom per accorgersene), Coxon non è il solito tizio che spara sentenze a caso durante un podcast di serie B. È un ricercatore che ha iniziato a scoperchiare il vaso di Pandora dell’intelligenza artificiale con una precisione che ha mandato in tilt i comunicati stampa patinati delle Big Tech. La sua ascesa è stata fulminea: in un istante era uno tra i tanti, nel momento successivo è diventato la voce che ci ricorda che l’automazione non è solo questione di chatbot che scrivono poesie scadenti, ma di un cambiamento strutturale che non possiamo ignorare.
Certo, leggendo certe notizie si ha la sensazione che stiano cercando di venderti il film catastrofico dell’anno. E siamo onesti: in Italia, tra burocrazia infinita e leggi che arrivano con tre anni di ritardo rispetto alla realtà tecnologica, l’idea di un’apocalisse guidata dagli algoritmi ci sembra quasi una distrazione rispetto ai problemi veri. Mentre i media anglosassoni si scatenano su Coxon, noi qui stiamo ancora cercando di capire come far dialogare i sistemi legacy della pubblica amministrazione senza far crashare tutto.
Però, lasciate che vi dica una cosa: c’è una parte di noi, quella che ama smontare ogni cosa e capire cosa succede sotto il cofano, che non può fare a meno di seguirlo. Perché anche se il titolo da «Doomlord» suona decisamente troppo da villain di un fumetto Marvel, le critiche che muove alla gestione opaca dei modelli proprietari e alla mancanza di trasparenza dei dataset sono questioni che toccano il cuore della nostra filosofia. Non è questione di odiare il progresso, ma di odiare quando il progresso viene usato per costruire muri invisibili intorno alla conoscenza, rendendo tutto proprietario, chiuso e assolutamente non verificabile da un utente comune.
Il tour è iniziato. Vedremo se Coxon riuscirà a mantenere la sostanza o se diventerà solo un altro fenomeno da social media basato sulla paura. Ma una cosa è certa: l’era dell’AI ‘black box’ è finita, o almeno, qualcuno sta cercando di spegnere la luce per vedere cosa si nasconde nell’ombra.
