
Esiste un momento preciso in cui smetti di considerare il tuo feed di Facebook come un inutile passatempo e inizi a vederlo come un esperimento psicologico illegale su larga scala.
Recentemente è uscita una bomba che arriva dall’Australia, ma che riguarda tutti noi (anche se parliamo di un’indagine condotta da ABC News). In pratica, si è scoperto che Meta sta letteralmente stanziando budget per finanziare creator che si occupano di contenuti decisamente tossici. Parliamo di figure che spaziano dai sostenitori del nazionalismo bianco agli influencer anti-vax più estremi. Non sono solo ‘utenti che postano opinioni forti’; sono soggetti che ricevono pagamenti diretti per produrre quello che in gergo tecnico chiamiamo ‘rage-bait’.
Per chi non mastica il gergo del marketing digitale, il rage-bait è l’arte di scrivere o creare video fatti apposta per farti saltare sulla sedia, farti indignare e spingerti a scrivere un commento furibondo. Perché lo fanno? Perché il commento furibondo è un’interazione. E l’interazione è l’oro liquido che alimenta l’algoritamente. Più gente si incazza, più il post vola; più il post vola, più tempo passi sulla piattaforma; più tempo passi sulla piattaforma, più annunci possono venderti.
Certo, potresti dire: «Eh, ma io sono in Italia, che me ne frega se un australiano incita all’odio?». Il punto non è la geografia, è il modello di business. Anche se le leggi australiane sono un altro paio di maniche, la logica del software è globale. L’algoritmo che premia il caos in Australia è lo stesso che sta popolando il tuo feed con contenuti divisivi mentre cerchi solo di vedere i meme del tuo cane.
È una dinamica che trovo profondamente malata. Stiamo parlando di un sistema che non si limita a ‘permettere’ la tossicità, ma la incentiva finanziariamente. È come se un ristorante decidesse di pagare i clienti per urlare contro i camerieri, solo perché il rumore attira altri clienti affamati di dramma.
In un mondo dove dovremmo cercare di costruire infrastrutture digitali più sane, trasparenti e, perché no, aperte, ci troviamo invece di fronte a un meccanismo che trasforma l’odio in una voce di bilancio. È la prova che, quando il prodotto è gratuito, il vero prodotto è la tua dopamina (e la tua rabbia).
Source: Facebook is paying controversial creators to produce rage-bait content
