
Immaginate di trovarvi nel bel mezzo di una cyberpunk dystopia, dove ogni singola riga di codice che fa girare la vostra vita appartiene a una multinazionale che decide, con un aggiornamento Terms of Service, se potete o meno usare il vostro stesso smart fridge.
Sembra la trama di un episodio di Black Mirror, ma ci siamo quasi. Il problema è che mentre noi passiamo le serate a compilare kernel custom e a cercare il setup perfetto per la nostra homelab, i colossi del tech stanno costruendo dei castelli inespugnabili attorno ai loro modelli di Intelligenza Artificiale. È il classico scenario in cui la tecnologia più avanzata del pianeta viene consegnata in mano a pochissimi, dietro porte chiuse e algoritmi che sono più segreti di quelli della Area 51.
Per fortuna, non è tutto da buttare. È uscito un paper piuttosto serio (che ha fatto rumore su Hacker News) il quale sostiene che governi, aziende e non-profit debbano smettere di fare i fannulloni e iniziare a investire pesantemente nell’AI open source. L’idea è semplice: se vogliamo che l’AI sia uno strumento di progresso e non un sistema di controllo centralizzato, il codice e i pesi dei modelli devono essere accessibili, verificabili e, soprattutto, trasparenti.
Certo, leggere queste cose in un paper americano può far venire un po’ di scetticismo. Sappiamo tutti che le decisioni che contano per la nostra libertà digitale vengono prese a Washington o in Silicon Valley, e noi qui in Italia spesso ci troviamo a subire le conseguenze di regolamentazioni che sembrano scritte da gente che pensa che il ‘cloud’ sia una nuvola meteorologica. Se l’Europa decide di fare la brava con le regole mentre gli USA e la Cina si spartiscono il bottino, finiremo solo per essere utenti passivi di strumenti che non possiamo né capire né modificare.
Però, c’è un ‘però’ gigante. L’idea di finanziare l’open source non è solo una bella frase da manifesto politico, è una necessità tecnica. Se i modelli rimangono proprietà esclusiva di un vendor, siamo destinati a vivere in un ecosistema dove non possiamo ottimizzare nulla per il nostro hardware, non possiamo garantire la privacy dei dati e non possiamo correggere i bias quando decidono che la nostra versione della realtà è ‘non conforme’.
Non è una battaglia che si vince con un tweet o con una petizione su Change. Si vince con la capacità di costruire alternative che funzionano, che sono veloci e che, soprattutto, ci permettono di mantenere le chiavi di casa. L’AI open source non è solo un modo per risparmiare sui token; è l’unico modo per evitare che il futuro sia un abbonamento mensile a un servizio proprietario che non controlliamo.
Source: Governments, companies, nonprofits should invest in free, open source AI [pdf]
