
Smettete di cercare l’icona sulla home screen, perché tra un po’ potrebbe non esserci più nulla da cliccare.
Ho appena finito di leggere una riflessione che mi ha fatto saltare i fusibili. L’autore, che ha lasciato Fly.io per un progetto misterioso (tipico da startup, lo sappiamo tutti), sostiene una cosa che farebbe impazzire qualsiasi sysadmin legato ai suoi container deterministici: l’AI sta abbattendo il muro tra chi programma e chi usa il software. Non stiamo parida di un altro plugin per ChatGPT che ti scrive un’email decente. Parliamo della fine dell’era delle ‘app pre-confezionate’.
Pensateci un secondo. Da decenni il paradigma è lo stesso: compri (o scarichi) un software scritto da uno sconosciuto esperto, che serve a fare una cosa specifica e che gira nel suo sandbox protetto dal sistema operativo. È un modello solido, ci ha portato fino qui, ma è statico. È come comprare un kit LEGO già montato: puoi giocarci, ma non puoi decidere che il castello diventi improvvisamente un’astronave senza rompere tutto.
L’idea è che stiamo entrando in un’era di ‘software on-demand’ personalizzato. Immaginate di non dover più cercare un’app meteo che funzioni per la vostra specifica zona di montagna, ma di poter dire al vostro dispositivo: «Ehi, dimmi se oggi piove proprio sulla mia valle, incrociando i dati di quel sensore IoT che ho montato io». Fine. Il software viene generato al volo, usa solo i pezzi di codice che servono, risolve il problema e poi… svanisce. Niente installazioni, niente aggiornamenti infiniti, niente bloatware che ti mangia la RAM solo per farti vedere la pubblicità.
Certo, c’è da essere cinici. Se l’OS non serve più a separare applicazioni scritte da estranei, a cosa serve? Se il software è tutto ‘malleabile’ e creato da noi stessi, il concetto di sicurezza e sandbox va completamente riscritto. E poi, come gestiamo la distribuzione? Se tutti creiamo le nostre micro-app, il mercato dell’App Store crolla?
L’autore sta lavorando a un nuovo tipo di smartphone che non punta ai soliti giganti del gaming o ai video verticali che ci tengono incollati come zombie, ma che sia un vero motore di generazione di strumenti personali. Un dispositivo che non corre app, ma crea soluzioni.
È una visione che sa di fantascienza, quasi come i vecchi sogni dei programmatori degli anni ’80 che vedevano nei computer dei motori onnipotenti. Se dovesse funzionare, non saremo più utenti di prodotti, ma architetti di strumenti. Se dovesse fallire, avremo solo un altro gadget costoso pieno di funzioni inutili. Ma onestamente, con la velocità con cui i modelli linguistici stanno demolendo ogni limite tecnico che pensavamo insuperabile, scommettere sul ‘non possibile’ sta diventando un rischio troppo alto.
Preparate i prompt, perché il vecchio paradigma sta per andare in kernel panic.
Source: What even is an OS now?
