
Esiste un limite oltre il quale scrivere codice smette di essere un hobby e diventa un atto di ribellazione pura?
Se chiedete all’A/I Collective (Autistici/Inventati, per chi volesse provare la pronuncia acrobatica), la risposta è probabilmente un ‘sì’ molto rumoroso. Mentre noi passiamo le serate a debuggare script Python o a cercare di far funzionare un vecchio Raspberry Pi per trasformarlo in un server NAS, questo collettivo dal 2001 sta facendo qualcosa di molto più rischioso: fornire strumenti di difesa digitale per l’attivismo, senza chiedere un centesimo in cambio.
La notizia che ha fatto saltare sulla sedia gli utenti di Hacker News è che il governo degli Stati Uniti ha deciso di applicare delle sanzioni contro di loro. Sì, avete letto bene. Sanzioni. Come se fossero un cartello della droga o un’organizzazione paramilitare, e non un gruppo di volontari che gestisce servizi gratuiti basati sulla solidarietà e sul rifiuto totale della monetizzazione dei dati.
Il loro modello di business? Non esiste. È il sogno proibito di ogni CEO della Silicon Valley: zero profit, zero raccolta dati, tutto basato su donazioni volontarie e un processo di richiesta account che è quasi un rito di iniziazione, con verifiche manuali per assicurarsi che tu sia ‘in linea’ con il loro manifesto anti-capitalista. Niente algoritmi predittivi che decidono il tuo destino, solo esseri umani che leggono la tua richiesta e poi cancellano tutto per mantenere l’anonimato.
Ovviamente, siamo in Italia e potresti pensare: «E a me che me ne frega delle sanzioni USA?». Beh, non è che domani mattina ti svegli e il tuo router smette di funzionare, ma il messaggio è universale. Quando le grandi potenze iniziano a usare la leva delle sanzioni per colpire entità che operano nello spazio digitale ‘non conforme’, il perimetro della libertà si restringe per tutti. È l’ennesimo capitolo di quella lotta tra chi vuole trasformare ogni bit in una commodity e chi crede che la tecnologia debba restare uno strumento di autodifesa e autonomia.
Certo, c’è da essere un po’ radicali per gestire tutto con processi manuali e verifiche ‘dialogiche’, ma in un mondo dove ogni interazione è tracciata, venduta e profilata, l’approccio dell’A/I Collective è quasi poetico nella sua ostinazione. È un po’ come cercare di far girare una distro Linux super minimale su un hardware che vorrebbe solo far girare l’ultimo spyware preinstallato: difficile, complicato, ma incredibilmente gratificante.
Possiamo decidere se condividere la loro visione politica o meno, ma la questione qui non è l’ideologia, è il principio. Se l’infrastruttura digitale del futuro sarà solo un insieme di scatole nere proprietarie e servizi in abbonamento che ci spiano mentre paghiamo, allora il ‘mondo migliore possibile’ è già in fase di decommissioning.
