
Un tempo, se trovavi un repository su GitHub con cento commit, un bel README e test automatizzati, sapevi che dietro c’era un essere umano che aveva versato sudore, caffè e probabilmente qualche lacrima. Oggi? Oggi un agente AI può sputare fuori lo stesso identico pacchetto in trenta minuti, con una documentazione impeccabile e un’estetica professionale, senza aver mai letto una riga di quel codice.
Simon Willison ha sollevato un dubbio che mi ha fatto venire i brividi mentre cercavo di far girare uno script Python per automatizzare la mia stampante 3D: il confine tra ‘Vibe Coding’ e ‘Agentic Engineering’ si sta sciogliendo. Per chi non mastica il gergo, il ‘Vibe Coding’ è quella pratica borderline mistica dove scrivi prompt, speri che funzioni e, se non va, preghi che l’AI capisca l’errore senza che tu debba nemmeno guardare la sintassi. L’ ‘Agentic Engineering’, invece, è il lato serio: usare gli agenti come estensione della propria competenza per costruire sistemi robusti, sicuri e scalabili.
Il problema è che, man mano che strumenti come Claude Code diventano sempre più affidabili, la tentazione di non revisionare più il codice diventa quasi irresistibile. E qui scatta il senso di colpa da sviluppatore. Se non controllo ogni singola riga, sto ancora facendo ingegneria o sto solo ‘andando a braccio’ con un supercomputer?
Dal mio piccolo laboratorio, tra un progetto in Blender e un pezzo di hardware riciclato, vedo due lati della medaglia. Da un lato, è pura magia. Poter delegare la parte noiosa — come scrivere endpoint API o boilerplate per i test — ci permette di concentrarci sull’architettura e sull’idea creativa. È come avere un assistente che non dorme mai e non si lamenta se gli chiedi di rifare il modulo per la decima volta.
Dall’altro lato, c’è il rischio della ‘normalizzazione della devianza’. Se l’AI sbaglia e noi non controlliamo, stiamo costruendo castelli di carte. Il vero valore non sarà più in quanto codice sai scrivere, ma in quanto bene sai validare ciò che l’AI ha generato. La capacità di distinguere un software che ‘sembra’ buono da uno che è ‘effettivamente’ solido diventerà la vera skill da pro.
In definitiva, non credo che le nostre carriere siano a rischio. Come dice lo stesso Willison, l’AI è un amplificatore. Se sei un bravo ingegnere, diventerai un super-ingegnere. Se sei uno che scrive codice a caso sperando nel miracolo, beh… beh, avrai solo un modo più veloce per creare disastri. La sfida non è più la velocità di scrittura, ma la capacità di gestire l’esplosione di complessità che deriva dal produrre migliaia di righe di codice in un pomeriggio.
Source: Vibe coding and agentic engineering are getting closer than I'd like
