
Guardare un documentario che segue Elizabeth Holmes dentro la sua stessa casa non è solo un trip psicologico, è una lezione magistrale su quanto sia facile farsi incantare da una narrazione ben confezionata.
Per chi non fosse in pari con le ultime serie cult, il nuovo lavoro di Nathan Fielder, «You Can See Everything», mette sotto la lente una delle truffatrici più famose della Silicon Valley. Ma il punto non è solo il caso Theranos (che, ricordiamolo, è già stato masticato e sputato da mille podcast), quanto il modo in cui la stampa e i media tech hanno gestito la cosa. E qui casca l’asino.
L’autore di Gizmodo lancia una provocazione che trovo estremamente azzeccata: il giornalismo tech sta finendo per diventare una sorta di reality show dove la verità passa in secondo piano rispetto alla capacità di costruire un hype che faccia cliccare il tasto ‘share’. Vediamo gente che scrive di innovazione rivoluzionaria basandosi su comunicati stampa che sembrano usciti da un manuale di copywriting per startup senza un prodotto funzionante. È quel tipo di narrazione che, se non stai attento, ti fa credere che un sacco di codice scritto male e qualche slide colorata siano la nuova frontiera dell’intelligenza artificiale.
Certo, restiamo con i piedi per terra. Siamo in Italia, dove le leggi sulla privacy e la regolamentazione europea (già troppo complicata per i nostri gusti) ci tengono un po’ più distanti dai deliranti esperimenti normativi americani. Per noi, il problema non è tanto la legislazione che arriva da Washington, quanto l’influenza culturale che arriva dagli USA. Se il giornalismo tech globale si trasforma in un festival di hype e narrazioni manipolate, anche noi finiamo per discutere di ‘disruption’ e ‘paradigm shift’ invece di analizzare se quel nuovo framework sia davvero efficiente o solo un altro modo per legarci a un ecosistema chiuso e proprietario.
Il rischio è che, concentrandi tutta l’attenzione sul dramma e sullo scandalo, si perda la capacità di fare critica tecnica vera. Invece di chiederci «come funziona questo algoritmo?» o «che impatto ha sulla nostra sovranità digitale?», finiamo per chiederci «quanto è folle il CEO di turno?».
In un mondo dove tutto sembra pronto per essere venduto come la prossima rivoluzione, imparare a guardare oltre la superficie — proprio come farebbe un buon debugger che analizza un log sospetto — è l’unica vera difesa che abbiamo contro la prossima ondata di fuffa tecnologica.
Source: What Nathan Fielder’s ‘You Can See Everything’ Taught Me About Tech Journalism
