
Quanto è comodo avere milioni di brani a portata di click senza dover digitare una sola riga di comando o configurare un client BitTorrent? Molto. Ma quanto è noioso?
L’ultimo pezzo che è spiccato su Hacker News mi ha fatto rifletterello (e no, non parlo di algoritmi di compressione). L’articolo esplora quella che definisce «la gioia perduta della pirateria musicale». Non parlo di fare i criminali, ma di quell’era d’oro di community come what.cd o oink, dove la musica non era solo un flusso di dati standardizzato, ma un oggetto di culto, curato da esseri umani ossessionati dai dettagli, non da un bot che decide che dopo il pop attuale devi ascoltare lo stesso identico pezzo da classifica.
C’è una differenza enorme tra ‘avere accesso a tutto’ e ‘possedere qualcosa’. Oggi viviamo in un ecosistema di affitto perpetuo. Paghi l’abbonamento, hai la playlist, ma se la piattaforma decide che quel disco non è più in licenza, puff: è sparito. È un concetto che a noi, che siamo abituati a compilare i nostri kernel e a tenere i nostri dati sotto il nostro controllo, fa venire i brividi. Siamo passati dal possedere file perfetti, taggati con metadati maniacali, a subire un flusso di streaming che è fluido, sì, ma privo di anima.
Certamente, parlare di what.cd o dei vecchi tracker mentre noi qui in Italia ci preoccupiamo della nuova normativa AGCOM o di come la gestione del copyright stia diventando sempre più una guerra di trincea tra avvocati e utenti, è un po’ come cercare di resuscitare un vecchio Commodore 64. La tecnologia è cambiata, i legali sono diventati più bravi a tracciare le IP e il cloud ha reso tutto terribilmente comodo.
Però, c’è un punto fondamentale: la qualità della scoperta. La pirateria di alto livello era un’esperienza curata, quasi un lavoro di archeologia digitale. Oggi la scoperta è mediata da un algoritmo che cerca solo di tenerti incollato allo schermo il più a lungo possibile, proponendoti la via più breve e meno stimolante. Abbiamo scambiato la profondità con la comodità, e forse, in questo scambio, abbiamo perso anche la capacità di stupirci davvero.
Forse non torneremo ai tempi dei tracker privati e delle scene underground, ma sarebbe bello se lo streaming smettesse di comportarsi come un magazzino automatico e tornasse a essere un luogo di scoperta. Altrimenti, finiremo tutti per ascoltare solo ciò che l’algoritmo ha deciso che sia sicuro per le nostre orecchie. E onestamente, è una noia mortale.
Source: The lost joy of music piracy
