Smettiamola di chiamare «sfida mentale» quello che è solo un software scritto male

Smettiamola di chiamare «sfida mentale» quello che è solo un software scritto male

Quanto tempo abbiamo perso a sentirci dei geni dell’informatica solo perché siamo riusciti a configurare un file .dotfile per tre ore, ottenendo come risultato un terminale che finalmente ha il colore che ci piaceva?

C’è una tendenza pericolosa che attraversa le community di hacker e maker: l’idea che se un tool è difficile, frustrante e richiede macro assurde per fare una semplice operazione di refactoring, allora è «potente». È un po’ come se andassimo in pizzeria e dicessimo: «Questa pizza è fantastica perché per mangiarla devo prima smontare il forno e rimetterlo insieme». No, amici miei, quella non è efficienza, è solo un maledetto puzzle game che stiamo pagando con il nostro tempo.

Recentemente è uscito un pezzo che scuote un po’ le fondamenta del nostro ego digitale. Il punto è semplice, ma brutale: un buon tool deve essere invisibile. Quando sei nel flow, l’editor di testo, la shell o il debugger non dovrebbero essere protagonisti della scena; dovrebbero essere come l’aria che respiri. Se ti accorgi che l’editor esiste perché devi combattere contro un limite strutturale, allora quel tool ti sta interrompendo, non ti sta aiutando.

Il problema è che molti di noi hanno trasformato la scelta del software in una questione di identità tribale. Usare Vim o Emacs non è solo una scelta tecnica, è un segnale di status: «Sono un vero hacker perché so gestire questa complessità». È un loop tossico. Vendiamo i difetti dei nostri strumenti preferiti come se fossero feature, spacciando la fatica per competenza. Ma la verità è che la produttività si misura con il tempo di clock, non con quanto ti sei sentito un eroe mentre cercavi di far funzionare un plugin che ha rotto tutto l’ultimo aggiornamento.

E non parliamo poi della mania per la configurabilità estrema che spesso maschera una pigrizia del designer. Dire che un software è «altamente configurabile» è spesso una scusa elegante per dire: «Non ho voglia di prendere decisioni, quindi ti lascio tutto il lavoro sporco». Un buon toolmaker dovrebbe offrirci dei default eccellenti, pronti all’uso, lasciando le ‘escape hatch’ (le vie d’uscita) solo per chi ha esigenze davvero particolari.

Non sto dicendo di abbandonare i terminali o di tornare a usare Notepad. Usate quello che preferite, ma fate un test onesto: il vostro tool scompare mentre lavorate o è un ostacolo che cercate di superare con l’astuzia? Se la risposta è la seconda, forse non siete dei super-programmatori, siete solo vittima di un ottimo storytelling legato a un software mediocre. La vera maestria non sta nel padroneggiare lo strumento difficile, ma nel raggiungere il risultato senza nemmeno accorgersi che lo strumento esiste.

Source: Good Tools Are Invisible

Lascia un commento