
Scegliete la vostra fazione: da una parte abbiamo chi vede negli smart glasses il futuro dell’interazione uomo-macchina, dall’altra chi li considera l’inizio della fine per la nostra dignità sociale. Se guardiamo al recente scontro mediatico tra Kylie Jenner e Lorde, ci rendiamo conto che il dibattito si è spostato dai laboratori di ricerca ai red carpet, e non è affatto un segnale rassicurante.
Il punto è questo: l’ultimo trend dei wearable non è più solo una questione di ‘quanti sensori riesci a infilare in una montatura’. Il problema è diventato culturale. Da un lato abbiamo l’estetica del ‘tutto connesso’, dove le celebrity più seguite promuovono l’idea che avere una telecamera sempre attiva sul muso sia il nuovo standard di coolness. Dall’altro, ci sono artisti e figure pubbliche che stanno alzando un muro di gomma, vedendo in questi device un potenziale strumento di sorveglianza di massa mascherato da gadget fashion.
Certo, parliamoci chiaro: se la notizia arriva dagli Stati Uniti, a noi in Italia non cambia la vita quotidiana (a meno che non decidano di implementare qualcosa di simile nei nostri uffici, ma per ora temo di più la burocrazia che i sensori). Però, il sottotesto è fondamentale per chi, come noi, mastica codice e hardware. Il rischio non è solo che qualcuno ti filmi mentre mangi un panino in piazza, ma è la creazione di un ecosistema chiuso, dove ogni tuo sguardo è un dato masticato, processato e venduto da un vendor che non sapresti nemmeno pronunciare.
Il vero ‘backlash’ che stiamo vedendo è una reazione istintiva alla perdita del confine tra pubblico e privato. Quando un dispositivo smette di essere un tool che usi quando vuoi e diventa un organo supplementare che registra tutto ciò che vedi, la libertà di esistere senza essere tracciati va a farsi benedire. È lo stesso discorso del software proprietario che ti tiene in ostaggio: una volta che entri in quell’ecosistema, è difficilissimo uscirne senza perdere metà delle funzionalità.
In breve: siamo di fronte a una guerra tra l’estetica del futuro e la necessità di mantenere un briciolo di anonimato. Se la soluzione sarà indossare lenti che filtrano la realtà o se finiremo tutti con un microfono sempre acceso puntato verso il prossimo sconosciuto, resta da vedere. Io, nel frattempo, preferisco ancora i miei vecchi occhiali analogici. Almeno quelli non provano a vendere i miei dati a un server in California ogni volta che sbatto le palpebre.
Source: Smart Glasses Backlash Is Reaching New Celebrity Heights
