
Avete mai pensato che la vostra identità digitale potesse avere un prezzo di mercato, magari tra un bundle di skin di Fortnite e un abbonamento premium a qualche servizio di streaming? Ecco, beh, sembra che qualcuno abbia già deciso il listino prezzi per voi.
Secondo quanto riportato da Gizmodo, un database immenso contenente le scansioni di circa 153 milioni di patenti di guida è finito in mano ai malintenti. La fonte del leak sarebbe una società specializzata proprio in ‘identity verification’. Sì, avete capito bene: le aziende che vendono la promessa di rendervi ‘sicuri’ e ‘protetti’ sono le stesse che creano dei giganteschi honeypot di dati, dei secchi pieni di informazioni sensibili che aspettano solo che un hacker trovi la falla giusta per svuotarsi.
Il pattern è sempre lo stesso, quasi prevedibile quanto il villain che spiega il suo piano complicato prima di soccombere all’eroe. Si crea un sistema centralizzato, si accumulano scansioni di documenti, foto, dati biometrici e tutto il resto, il tutto con la scusa della ‘comodità dell’utente’ o della ‘compliance’. Poi, quando il breach avviene, le aziende rispondono con un comunicato stampa standard, fatto di termini vaghi e scuse preconfezionate, mentre i vostri dati sono già circolanti nei dark web più oscuri.
Ora, facciamo una piccola precisazione per chi legge dall’Italia. Sebbene il grosso del leak sembri riguardare database internazionali (e quindi probabilmente molti utenti americani), il problema è strutturale e ci riguarda da vicino. Anche qui, con la nostra ossessione per la digitalizzazione della PA e la creazione di nuovi portali per ogni minima commissione, il rischio di trovarci con le foto dei nostri documenti sparse per il web è altissimo. Non è solo questione di privacy, è questione di infrastrutture progettate male, dove la sicurezza è un accessorio messo lì per far spazio al marketing, e non il cuore del sistema.
La verità è che finché continueremo ad accettare l’idea che ‘più dati accumuliamo, meglio è’, saremo tutti solo passeggeri su un treno senza freni. La tecnologia per proteggere questi dati esiste, le logiche per decentralizzare o minimizzare il rischio pure, ma costano fatica e, soprattutto, non generano quel tipo di hype che piace tanto ai board degli amministratori delegati.
Quindi, la prossima volta che un’app vi chiede di caricare una foto del vostro documento per ‘verificare la vostra identità’, ricordatevi che state solo contribuendo a riempire un altro sacco di dati che, prima o poi, finirà in vendita al miglior offerente. Buon divertimento con l’identità digitale!
Source: Identity Verification Is Broken. The 153 Million Driver’s Licenses Now for Sale Are Proof
