Quando i giganti decidono che il tuo Zaino è proprietà intellettuale

Quando i giganti decidono che il tuo Zaino è proprietà intellettuale

C’è una cosa che dovrebbe spaventare tutti noi, veri smanettoni che amano il piacere di rovinare le cose per capire come funzionano, e poi rimetterle insieme, come se nulla fosse.

Il concetto di ‘scelta’ è sempre stato un lusso, ma quando una sola entità decide che ogni prodotto che compriamo è sottoposto a un’unica ombra dominante, è un problema di libertà. Parliamo di un caso quasi assurdo: un gruppo che fa lingerie ha, nel giro di un lasso di tempo che ci riporta a un’epoca lontana (1986), inglobato *tutti* i marchi di zaini che abbiamo mai creduto fossero la nostra opzione.

Su un colpo di scena da villain di film di serie B, l’intero ecosistema dello zaino è stato razziato. E, diciamocelo, non c’è nulla di più snurrante per uno che ama farci girare le mani con i componenti e l’elettronica, che vedere il mercato ridotto a un unico, gigantesco, e probabilmente poco creativo ‘vendor’.

Non è una notizia ‘tech’ nel senso stretto del termine — non è un nuovo protocollo open source o un frammento di codice buggato che dobbiamo risolvere. Ma è un manifesto perfetto sul modello di business che ci stiamo ritrovando ovunque: chi controlla lo stack di base, controlla tutto.

Se per gli smartphone lo stack è iOS o Android (e ancora il continuo litigio tra proprietari di standard e monopoli), per noi maker e hacker lo stack è l’accesso ai pezzi, la capacità di assemblare qualcosa che *non* è stato pensato per essere perfettamente vendibile da un mega-colosso. E questo è il punto che ci fa drizzare le orecchie.

Ci piace mettere le mani in pasta, vero? Amiamo l’odore di soldatino, il suono del PCB che si salda, il blocco di Blender che finalmente gira in modo stabile. Lavorare con cose che possiamo *smontare*, capire la catena di montaggio del pensiero, e poi *rimontare* qualcosa di nostro. La nostra felicità è proporzionale alla nostra capacità di bypassare i controlli aziendali, il famoso ‘lock-in’.

Quando una corporation compra e centralizza l’intero settore (che sia lo zaino, il sensore, o il microcontrollore economico), il rischio non è solo estetico, è strutturale. Ci spingono verso l’uniformità, verso la ‘soluzione perfetta’ che, diciamocelo, è quasi sempre noiosa e costosa. Ci vendono l’illusione del ‘miglior prodotto’ quando in realtà ci stanno vendendo un ‘ecosistema chiuso’ ben oliato e protetto da qualsiasi tentazione di open source.

Per noi, il messaggio è chiaro: difendiamo lo standard aperto. Se il produttore dello zaino decidesse che il porta-laptop deve avere una chiusura proprietaria che funziona solo con il loro ‘KeyCode XL 7000’, non è solo un problema di design, è un problema che mina l’architettura aperta del nostro lavoro. Non ci vuole il mega-gruppo che detta il design, vuole la libertà del progetto. Vuole la possibilità di usare un riciclatore di plastica che ho costruito io, con un motore che ho scartato da un vecchio robot industriale, e di non dover chiederlo autorizzazione a nessun consiglio di amministrazione.

Quindi, la prossima volta che vedrete un ‘ecosistema’ che vi sembra un po’ troppo perfetto, ricordatevi di un vecchio caso di zaini e fatevi due domande: chi ha comprato tutti i pezzi del puzzle? E soprattutto: ci lasceranno mai abbastanza spazio per mettere il nostro codice fuori dalle regole?

Source: Your Backpack Got Worse on Purpose

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