
Se pensavate che il concetto di proprietà privata fosse già un reperto archeologico, Zuckerberg ha appena deciso di dare il colpo di grazia.
Sì, avete letto bene. Meta ha aggiornato i suoi termini commerciali e la strategia sembra quella di un cattivo di un film Marvel che, invece di distruggere l’universo, decide di rubare ogni singola stringa di codice e ogni articolo di giornale per alimentare i propri modelli di IA. La novità, che entrerà in vigola il 30 ottobre, permette alla piattaforma di usare scraper per raccogliere contenuti da siti web «associati» agli account business sulle sue piattaforme.
Tradotto dal legalese per noi che mastichiamo bit: se la tua testata giornalistica, la tua startup o la tua piccola agenzia di marketing usa un account Business per gestire Facebook, Instagram o WhatsApp, Meta si sente legittimata a fare crawling selvaggio sul tuo sito. Il tutto con un obiettivo molto chiaro: raccogliere dati per addestrare i propri prodotti di intelligenza artificiale senza dover pagare un centesimo di copyright.
Il paradosso è servito. Le aziende che usano gli strumenti di Meta per fare marketing e gestire la propria presenza online si ritrovano involontariamente a fornire il carburante per l’entità che, potenzialmente, renderà inutile il loro stesso lavoro. È un po’ come invitare un ladro in casa tua, dargli le chiavi della cantina e poi stupirsi se domani la sua collezione di vini è diventata più grande della tua grazie ai tuoi stessi bottoli.
Certo, leggendo la notizia con occhio europeo, potremmo pensare: «Vabbè, ma tanto ci sono il GDPR e le leggi UE che mettono i paletti». Ed è vero, la regolamentazione europea è l’unico vero firewall che ci impedisce di finire in un dystopia totale. Tuttavia, non fatevi illusioni: le battaglie legali per questi casi durano anni, e nel frattempo i dati vengono già processati, indicizzati e trasformati in pesi neurali dentro i server di Menlo Park.
Per noi maker e nerd, questa è l’ennesima conferma che l’ecosistema web sta diventando un recinto chiuso. Non si tratta solo di privacy, ma di un sistema dove chi detiene la piattaforma può decidere arbitrariamente quali informazioni sono ‘comuni’ e quali sono ‘proprietà’. Se non iniziamo a pensare a modi per proteggere i nostri dati e valorizzare l’open source e le architetture decentralizzate, finiremo tutti a scrivere contenuti solo per alimentare un bot che ci risponderà con un riassunto preconfezionato.
In breve: Meta ha trovato un modo elegante per dire che ciò che è tuo, se lo tocchiamo tramite un account business, diventa nostro. Un classico.
Source: Meta’s new commercial terms will allow the scraping of news sites: experts
