Lutto digitale e algoritmi depressi: quando la tecnologia ci rompe il cuore

Lutto digitale e algoritmi depressi: quando la tecnologia ci rompe il cuore

Esistono momenti in cui guardare uno schermo non ti fa venire voglia di debuggare, ma solo di chiuderti in un bunker con una scorta di RAM e una pizza fredda.

Recentemente è circolata una riflessione che ha fatto discutere parecchio su Hacker News, intitolata «I Know Why the Mathematicians Werypt». Il titolo sembra uscito da un episodio di Black Mirror scritto da qualcuno che ha abusato di caffè e TeX, ma il nucleo è molto più profondo: parla di quel tipo di lutto che proviamo verso la tecnologia. Non parlo di quando si rompe il server o quando un update rompe le dipendenze del tuo progetto preferito (anche se fa male), ma di una perdita di significato.

L’idea è che stiamo vivendo un’epoca di «dolore tecnologico». Siamo passati dal fascino quasi magico del costruire qualcosa che funziona, del capire l’astrazione che sta sotto il codice, al semplice consumo di scatole nere che non possiamo né vedere né modificare. C’è una sorta di tristezza matematica nell’osservare come l’innovazione, invece di espandere i nostri orizzonti, stia creando muri di astrazioni sempre più alti e inaccessibili.

Per noi che amiamo smontare tutto, questo è un colpo basso. Quando la tecnologia diventa così stratificata e proprietaria che l’unico modo per usarla è accettare passivamente ciò che ci viene servito, perdiamo quella scintilla di controllo che rende il making e l’hacking così divertenti. È come se, invece di imparare a suonare il pianoforte, ci venisse dato solo un iPad con un’app che suona per noi, ma senza tasti da premere.

Certo, restiamo con i piedi per terra: leggere riflessioni filosofiche su blog americani è un po’ come guardare le leggi sul copyright negli USA e pensare che domani mattina cambierà qualcosa nel nostro ufficio a Milano. Non è che domani le API di Google diventeranno open source perché un matematico è triste. Però, il punto non è la legislazione, è l’approccio. È la deriva verso un mondo dove la tecnologia non è più uno strumento di emancipazione, ma un ecosistema di servizi chiusi che ci rendono utenti, non creatori.

In un mondo che corre verso l’automazione totale e l’astrazione infinita, restare ancorati al ferro, al codice sorgente e alla comprensione profonda dei meccanismi è l’unico modo per non finire nel gruppo di quelli che piangono. Quindi, continuiamo a sporcarci le mani, a compilare da soli e a cercare di capire cosa succede sotto il cofano. Almeno così, se dovremo piangere, lo faremo sapendo esattamente cosa si è rotto.

Source: I Know Why the Mathematicians Weep

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