L’automazione sta mangiando il settore creativo: fine della classe creativa o solo un reboot necessario?

L'automazione sta mangiando il settore creativo: fine della classe creativa o solo un reboot necessario?

Guardate i dati dell’occupazione americana e noterete che qualcosa sta andando storto, e non parlo della qualità dei reboot di supereroi che vediamo ultimamente.

I numeri parlano chiaro: negli Stati Uniti sono spariti circa 20 nostra milia di posti di lavoro nel settore media, cinema e arti. Un vuoto che farebbe paura anche a un admin di sistema che vede un server in produzione andare in kernel panic senza log. La domanda che tutti si pongono (e che fa tremare i polsi a chi vive di pixel e parole) è una sola: quanto di questo peso lo stiamo scaricando sull’IA?

Siamo onesti, la narrazione è già pronta: «L’intelligenza artificiale generativa sta cannibalizzando la creatività». E in parte potrebbe essere vero. Se il tuo lavoro consiste nel fare task ripetitivi, scrivere descrizioni prodotto standardizzate o montare clip stock senza un briciolo di anima, beh, le macchine stanno imparando a farlo con una velocità che non ti permette nemmeno di dire «deploy».

Però, prima di dichiarare la fine della civiltà, facciamo un respiro. Siamo in Italia, e sappiamo bene che le dinamiche del mercato del lavoro americano sono un universo a parte. Quello che succede a Hollywood o nelle redazioni di New York ha un impatto diretto su noi solo se iniziamo a vedere gli stessi modelli di automazione applicati anche alle nostre agenzie o alle nostre piccole realtà locali. Per ora, la questione sembra più un massiccio restructuring del settore media americano, spinto da una combinazione di tagli ai costi aziendali e una tecnologia che rende superfluo il ‘low-level coding’ della creatività.

C’è un lato della medaglia che non possiamo ignorare: l’ossessione per l’efficienza a tutti i costi. Le grandi corporation stanno usando l’hype tecnologico come scusa perfetta per pulire i bilanci, eliminando quella ‘classe creativa’ che non rientra nei margini di profitto ottimizzati da un algoritmo. È lo stesso pattern che vediamo quando un software proprietario decide che la tua libertà di personalizzazione è un bug da risolvere.

Speriamo solo che questo ‘reboot’ del settore non finisca per regalarci un futuro fatto di contenuti tutti uguali, privi di quel tocco umano che rende un’opera un capolavoro invece di un semplice output di un modello linguistico. Perché se la creatività diventa solo una questione di ottimizzazione di prompt, rischiamo di trovarci in un mondo bellissimo, efficientissimo e profondamente noioso. E noi, che amiamo l’imprevisto e il glitch, non siamo proprio il target ideale per questo scenario.

Source: America has lost 200k of jobs in media, film and the arts. How much is AI?

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