
Avete presente quel momento in cui cercate di risolvere un bug in un loop ricorsivo e vi ritrovate intrappolati in un vicolo cieco che non finisce mai? Ecco, secondo gli ultimi dati che girano su Hacker News, l’intelligenza artificiale sta iniziando a fare esattamente questo con la propria evoluzione.
La notizia che sta facendo saltare sulla sedia (o nel panico, dipende da quanto siete ottimisti) è che l’AI sta accelerando in modo drammatico la ricerca sull’AI stessa. Non parliamo più solo di chatbot che scrivono poesie sdrammatizzate o che vi aiutano a scrivere un modulo Python leggermente più pulito. Parliamo di algoritmi che vengono usati per progettare algoritmi migliori, ottimizzare l’architettura dei transformer e velocizzare l’addestramento dei modelli.
In pratica, siamo entrati in un loop di feedback positivo. Se la velocità di progresso aumenta in modo esponenziale, la proiezione più ingenua (ma matematicamente plausabile) ci porterebbe verso una superintelligenza nel giro di un anno. Sì, avete letto bene. Un anno. È un tempo che per noi umani è appena il tempo di capire come configurare correttamente un ambiente Docker senza lanciare il laptop dalla finestra, mentre per l’AI potrebbe essere l’intera era dell’evoluzione post-umana.
Certo, prendiamo tutto con le pinze. Come sempre, quando sentiamo parlare di ‘superintelligenza imminente’, c’è da sospettare che ci sia sotto un po’ di troppo hype da parte di chi sta cercando di gonfiare le valutazioni delle proprie startup. È la solita danza tra promesse miracolose e hype che gonfia le bolle. E poi, siamo in Italia: tra leggi sulla privacy che sembrano scritte per bloccare persino l’uso di un calcolatore e una burocrazia che renderebbe lenta anche una CPU a 8 bit, l’idea che un’esplosione tecnologica così violenta arrivi qui senza incontrare qualche ostacolo amministrativo è quasi comica.
Il vero problema, però, non è la velocità, ma chi tiene le redini di questo motore. Se questo processo di auto-miglioramento rimane confinato dentro i giardini recintati di un paio di colossi tecnologici, con i loro dataset proprietari e le loro infrastrutture chiuse, finiremo per trovarci con un’intelligenza sovrumana che parla solo il linguaggio del profitto e del controllo. La vera sfida per noi, maker e appassionati di open source, è evitare che questo loop di accelerazione si trasformi in un muro di cemento attorno alla conoscenza, rendendo impossibile capire o replicare ciò che sta succedendo sotto il cofano.
Speriamo che l’unica cosa che diventerà ‘super’ sia la nostra capacità di restare al comando del codice, e non la capacità di un algoritmo di decidere che il nostro input è ormai un rumore irrilevante.
