IPv6 ha superato il 50%: Finalmente siamo al paradiso degli IP, o è solo un nuovo livello di ansia infrastrutturale?

IPv6 ha superato il 50%: Finalmente siamo al paradiso degli IP, o è solo un nuovo livello di ansia infrastrutturale?

Quindi, è successo. L’ennesimo grafico che ci fa pensare che la rete mondiale stia finalmente respirando meglio. Google ha pubblicato i numeri e ha notato che la percentuale di traffico che transita su IPv6 ha superato il 50%. Su carta, è una vittoria epica. Significa che la crociata per liberarsi dalle carenze del maledetto IPv4 sta guadagnando terreno.

Ma fermiamoci un attimo. Voi che ci siete, e che passate notti a smanettare con protocolli che fanno sembrare l’IoT un gioco da ragazzi, sapete bene che i numeri, da soli, non bastano. Guardare un grafico ‘verde e ascendente’ è romantico, ma è come vedere un render di un circuitino senza aver mai saldato un singolo componente. La vera arte, come sempre, è l’implementazione.

Quando pensiamo all’IPv6, pensiamo al mega-salvataggio degli anni ’90. Il motivo è semplice e vitale: l’IPv4 è arrivato a mancare di indirizzi, e con l’esplosione dei dispositivi (e dei nerd che li collegano a un router inutilmente sofisticato), era una questione di tempo. IPv6 ha portato con sé quella sbalorditiva quantità di spazio di indirizzamento che ci permette di *non* preoccuparci, per almeno un secolo, di dove mettere il prossimo sensore IoT, o il prossimo piccolo server che gireremo su un Raspberry Pi dimenticato in un angolo del garage.

Detto questo, la storia della transizione è sempre la stessa commedia all’opera: il *vendor lock-in* e l’eccessiva complessità del mondo corporate. Tanti sistemi legacy (quelli che non si vogliono far toccare perché ‘funzionano’) sono ancora bloccati nel paradigma IPv4. Non è che il protocollo sia il nemico; è l’inerzia burocratica e il timore di dover rimettere a funzionare un firewall che sembra disegnato da un gatto ubriaco.

Cosa significa per noi, i *tinkerer*? Significa che, a livello di protocollo, abbiamo di nuovo spazio per giocare. Meno vincoli di subnet, meno calcoli di *CIDR* da fare per un progetto folle. Più spazio per la sperimentazione. È come passare da un set di matite colorate a un armadio intero di matite che non si sono mai finite. È liberatorio.

Per chi ci pensa da un punto di vista del *maker* o dello sviluppatore che butta ore a fare un gioco con Godot o a far girare un modulo CNC via rete, questo è un segnale che l’infrastruttura sta maturando verso un modello più scalabile e meno “patch-based”. Non significa però che domani smetteremo di dover fare un po’ di *troubleshooting* su uno stack di rete vecchio di dieci anni. Lontano dagli hype dei comitati che amano parlare di ‘sinergie’ e ‘ecosistemi’ che nulla ha a che fare con la realtà fisica di un cavo Ethernet.

In conclusione: se un grafico di traffico è un’iniezione di adrenalina per i project manager, per noi è un promemoria che i fondamenti stanno cambiando, e questo, mio caro amico, è sempre un argomento da smontare per capire dove e come stiamo *realmente* migliorando. Passate pure i numeri, noi continueremo a farli girare per vedere se resistono a un overflow di pacchetti malconci.

Source: IPv6 traffic crosses the 50% mark

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