
Immaginate di trovarvi in un garage, tra un vecchio Commodore 64 che emette un ronzio sospetto e un prototipo di stampante 3D che ha deciso di boicottare il progetto, e decidere che oggi è il giorno in cui acquisire un reperto fossile del web. Ecco, qualcuno l’ha fatto davvero. Per la cifra esatta di 30.000 dollari — che per noi che sappiamo quanto costa un buon set di punte per CNC è una piccola fortuna, ma per un business è carta straccia — Friendster è tornato ufficialmente sul mercato.
Sì, avete letto bene. Friendster. Il social network che ha preceduto Facebook, quello dove tutto è iniziato prima che l’algoritmo di Meta decidesse di trasformare le nostre vite in un feed infinito di pubblicità mirata e contenuti che non abbiamo chiesto. Per chi ha vissuto l’epoca d’oro del web 2.0, questo nome evoca un mix di nostalgia pura e quel leggero senso di ‘ma come facevamo a sopravvivere senza notifiche push ogni tre secondi?’.
L’idea del nuovo proprietario non è quella di creare un clone di TikTok pieno di filtri distorti e balli coordinati, ma di recuperare l’anima di ciò che era il web: uno spazio di connessione reale, meno tossico e meno orientato al profitto selvaggio. È un progetto che suona quasi come un atto di digital archeology, un tentativo di restaurare un vecchio arcade invece di lanciarne uno nuovo pieno di microtransazioni predatorie.
Dal mio punto di vista da smanettone, la cosa è affascinante. C’è qualcosa di profondamente ‘maker’ in questo approccio: prendere qualcosa di rotto, di obsoleto, di dimenticato in un angolo del server, e provare a rimetterlo in funzione con le tecnologie di oggi. Non si tratta solo di codice, si tratta di preservazione culturale. È come riparare un vecchio circuito integrato invece di buttare tutto e ricomprare un modulo SoC preconfezionato che non puoi nemmeno dissaldare.
Ovviamente, c’è da essere realisti. Gestire un’infrastruttura che deve reggere il peso della nostalgia senza implodere sotto i colpi di un database non ottimizzato è una sfida tecnica non da poco. E poi c’è il rischio del ‘grande ritorno’: se il progetto finisce per diventare un altro enorme database di dati personali pronti per essere monetizzati, l’acquisto sarà stato solo un modo molto costoso per alimentare il machine learning di qualche corporation.
Per noi che amiamo smontare le cose, la sfida è questa: speriamo che questo nuovo Friendster sia un sandbox per l’innovazione e non un altro recinto chiuso di proprietà altrui. Spero che sia un posto dove si possa ancora sperimentare, dove il codice sia leggibile e dove la privacy non sia un optional che devi configurare in mille sottomenu complicatissimi. Incrociamo le dita, o meglio, speriamo che il nuovo server non vada in kernel panic al primo accesso massivo.
Source: I bought Friendster for $30k – Here's what I'm doing with it
