
Siete pronti a scambiare il controllo del vostro kernel con un po’ di magia algoritmica?
Google ha appena lanciato la bomba (o forse è solo un altro fumogeno pubblicitario): ecco a voi Googlebook. Non è il solito laptop con un altro adesivo colorato sulla scocca, o almeno così dicono i comunicati ufficiali. La promessa è quella di un hardware ‘heavyweight’ progettato specificamente per far girare Gemini, la loro IA di punta, in modo nativo e fluido. E la ciliegina sulla torta? Una sincronizzazione perfetta con il vostro smartphone Android. Praticamente, un ecosistema che ti abbraccia così stretto che se provi a scappare ti manca il respiro.
Se leggiamo tra le righe del marketing, sembra che Google stia cercando di fare quello che hanno fatto Apple e Tesla: creare un hardware dove il software non solo gira, ma respira. Per chi di noi ama ottimizzare script Python o far girare modelli di machine learning locali su un vecchio server recuperato in un mercatino dell’usato, l’idea di un hardware ‘built for AI’ può suonare interessante. Immaginate di avere una macchina che non si limita a eseguire comandi, ma che anticipa le vostre necessità di calcolo.
Però, restiamo con i piedi per terra. Come smanettoni, la parola ‘perfectly in sync’ ci fa venire i brividi. Sappiamo tutti cosa significa nella lingua dei grandi vendor: ‘vendor lock-in’ con la lettera maiuscola. Se il laptop è progettato per Gemini e vive in simbiosi con Android, quanto spazio rimarrà per installare una distro Linux custom, modificare il BIOS o semplicemente far girare un tool che non sia stato approvato dai loro server centralizzati? Il rischio è di trovarci con una super-macchina che è, di fatto, un terminale ultra-sofisticato per interrogare un cloud proprietario.
C’è dell’entusiasmo? Certo, se Google riuscisse a liberare una potenza di calcolo locale degna di nota senza trasformare il laptop in un prigione digitale, sarebbe una svolta. Ma per noi che amiamo smontare le cose per vedere cosa c’è dentro, la vera domanda non è quanto sia potente il processore, ma quanto sia aperto il sistema. Se Googlebook sarà solo un altro dispositivo che ‘funziona ma non puoi toccare’, allora rimarremo ben felici con le nostre vecchie workstation assemblate e i nostri server che fanno rumore come un decollo di un Boeing.
In attesa di vedere i primi test di scomposizione (e di vedere se riusciremo a farci girare un emulatore di Commodore 64 senza che Gemini si offenda), restiamo in allerta. Se le specifiche tecniche arriveranno e saranno aperte, allora potremmo iniziare a parlare seriamente. Altrimenti, è solo l’ennesimo gadget per chi ama l’hype più della sostanza.
Source: Googlebook
