Google ha deciso che se non sei un bot, devi per forza essere un loro schiavo

Google ha deciso che se non sei un bot, devi per forza essere un loro schiavo

Scegliere di usare un sistema operativo senza le sguaiate telemetrie di Google è un atto di fede, o almeno un atto di sana igiene digitale. Ma sembra che i big tech abbiano deciso che la privacy è un lusso che non possiamo permetterci.

La notizia che gira su Hacker News è la solita, triste conferma di un trend che conoscevamo già: Google ha rotto il reCAPTCHA per tutti quegli utenti che usano versioni di Android ‘de-googled’. In pratica, il sistema che dovrebbe servire a distinguere un essere umano da un bot ha iniziato a fallire miseramente se non rileva i famigerati Google Play Services in esecuzione in background.

La logica (se così vogliamo chiamarla) è che per dimostrare che non sei un bot, devi far girare i loro servizi proprietari che monitorano tutto ciò che fai. In sostanza, per superare il test ‘Sei un umano?’, Google ti risponde: ‘Dimostramelo installando il mio spyware preferito’. È un paradosso degno di un romanzo distopico di Orwell, ma con meno stile e molta più pubblicità mirata.

Da smanettone, questa cosa mi fa ribollire il sangue. Noi passiamo le notti a compilare kernel, a configurare ROM custom e a cercare di isolare i processi per avere un sistema pulito, sicuro e sotto il nostro controllo. Lo facciamo per il piacere di sapere esattamente cosa succede sotto il cofano del nostro hardware. Quando un servizio fondamentale come il reCAPTCHA impone questo tipo di vendor lock-in, sta di fatto rendendo inutile tutto il lavoro di ‘hardening’ che facciamo sulla nostra privacy.

Cosa significa per noi che amiamo smanettare? Significa che la barriera tra l’uso di un dispositivo ‘libero’ e l’impossibilità di navigare sul web si sta facendo sempre più alta. Se non accetti il tracking, sei un bot. Se sei un bot, non puoi nemmeno leggere un forum. È un ricatto tecnologico travestito da misura di sicurezza.

Non è la prima volta che vediamo queste mosse predatorie, ma la sfrontatezza con cui viene mascherata la limitazione dell’interoperabilità è incredibile. Se la soluzione per ‘combattere i bot’ è eliminare la libertà di scelta dell’utente, allora forse i bot hanno già vinto la partita.

Spero solo che qualcuno trovi presto un workaround decente o un’alternativa che non richieda di vendere la propria anima (e i propri metadati) al miglior offerente della Mountain View. Intanto, io continuo a cercare di far girare tutto su hardware vecchio, sperando che il prossimo aggiornamento non decida che anche il retrocomputing è troppo ‘non-verificato’ per esistere.

Source: Google broke reCAPTCHA for de-googled Android users

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