
Spostate pure i vostri script di automazione e mettete in pausa quel deploy critico, perché c’è qualcosa di molto più caotico in corso nel mondo del grande schermo.
Se pensavate che le discussioni su quale distribuzione Linux fosse la più ‘user-friendly’ o su quale kernel fosse più performante fossero accese, non avete ancora visto cosa sta succedando con l’ultima uscita di Alejandro G. Iñárritu e Tom Cruise. Non è solo un film, è un vero e proprio campo di battaglia digitale e culturale. La notizia, che arriva dritta da Gizmodo, ci dice che la cosiddetta ‘Digger Defense Squad’ è uscita in massa per difendere l’opera, creando una spaccatura che farebbe impallidire una community di sviluppatori divisi su una pull request controversa.
Per chi non fosse aggiornato (o fosse troppo impegnato a compilare driver custom), stiamo parlando di una collaborazione tra un regista che non ama le convenzioni e l’attore che ha fatto della sopravvivenza fisica il suo marchio di fabbrica. Il risultato? Un prodotto che ha generato una reazione polarizzata senza precedenti. Da una parte, ci sono i sostenitori accaniti, pronti a tutto pur di difendere ogni singolo frame, dall’altra critici che vedono solo fuffa o eccessi cinematografici.
Certo, leggendo queste news dall’Italia, ci si chiede: «Ma a noi che ci importa?». In effetti, non è che domani la tua connessione in fibra diventerà instabile perché Tom Cruise ha fatto una scena d’azione troppo intensa. Non c’è un impatto diretto sulle nostre infrastrutture o sulle policy di privacy che stiamo cercando di blindare. Però, c’è un aspetto che tocca da vicino la nostra mentalità: la gestione del dibattito.
Osservare come si formano queste ‘squadre di difesa’ è quasi affascinante dal punto di vista sociologico. È lo stesso meccanismo che vediamo quando un grande vendor decide di cambiare una licenza da open a closed source: una massa critica di utenti che si organizza, si schiera e crea un muro di resistenza (o di supporto) impenetrabile. È un fenomeno di ‘tribalismo digitale’ che si applica tanto al cinema quanto al software libero.
In definitiva, che sia un capolavoro o un enorme spreco di budget, l’importante è che la discussione sia viva. In un mondo dove l’algoritmo cerca di nutrirci solo con ciò che ci piace, vedere un contenuto capace di generare una tale frizione è quasi rinfrescante. Anche se, onestamente, avrei preferito che questa energia venisse usata per trovare un bug critico in una libreria fondamentale invece che per discutere di un film. Ma ehi, non siamo qui per la sobrietà, siamo qui per il caos.
