
Avete presente quella sensazione di quando smontate un vecchio gadget e scoprite che qualcuno ha saldato un componente extra proprio dove non doveva esserci?
Ecco, Google ha appena fatto la stessa cosa con il vostro browser, ma con una differenza fondamentale: non l’ha fatto per aggiungere un LED colorato, ma per piazzarvi un modello Gemini Nano da 4 GB direttamente nel cuore del sistema, senza chiedere il permesso, senza un tasto ‘opt-out’ e senza nemmeno un accenno di cortesia.
Sì, avete letto bene. Mentre noi passiamo le ore a ottimizzare script, a pulire file di log o a cercare di far girare un vecchio progetto su una macchina con poca RAM, Chrome decide che la vostra storage è una risorsa di libero utilizzo per le sue ambizioni di AI on-device. E la parte più assurda? Se provate a fare i ‘pulcini’ e cancellate i file, il browser si sveglia, vede che manca il pezzo e… *pouf*, lo scarica di nuovo. È un loop di reinstallazione automatica che farebbe invidia a un malware di quelli fatti bene.
La cosa che mi fa saltare i fusibili non è solo il lack of consent (che è la base della privacy, per chi non lo sapesse), ma la scala del problema. Non parliamo di un piccolo plugin o di un aggiornamento di poche righe di codice. Parliamo di 4 GB di pesi neurali che occupano spazio e risorse. Se pensate alla gestione energetica o all’impatto ambientale di far girare e scaricare continuamente modelli di questa portata, la questione diventa ancora più grigia.
Per noi che amiamo il controllo totale — gente che preferisce compilare tutto da zero piuttosto che usare un pacchetto pre-confezionato — questo è l’ennesimo schiaffo del corporate-speak. È il trionfo del ‘faccio io per il tuo bene’. È la logica del vendor lock-in che si manifesta sotto forma di ‘intelligenza’ invisibile. Se non puoi decidere cosa deve risiedere sul tuo disco, non sei tu il proprietario della tua macchina, sei solo un ospite su un server che Google ha deciso di chiamare ‘browser’.
Cosa possiamo fare? Se non siete in un ambiente enterprise con strumenti di gestione pesanti, le opzioni sono limitate. Ma la lezione è chiara: l’era dell’automazione ‘silenziosa’ è arrivata e sta mangiando spazio (letteralmente) sul nostro hardware. È tempo di tornare a monitorare i processi e i flussi di rete come se fossimo ancora nel 1995. Perché se non controlli i bit che entrano in casa tua, presto ti ritroverai con un modello AI che decide pure che colore devono avere le tue icone su Blender senza che tu possa dire una parola.
Source: Google Chrome silently installs a 4 GB AI model on your device without consent
