AWS e il ritorno alle origini: come un account sospeso ti ricorda perché il cloud è una trappola

AWS e il ritorno alle origini: come un account sospeso ti ricorda perché il cloud è una trappola

Smettete di fidarvi dei giganti che promettono di semplificarvi la vita, perché spesso l’unica cosa che semplificano è la loro capacità di prosciugare il vostro conto in banca.

Recentemente è circolata una storia su Hacker News che mi ha fatto vibrare i circuiti in un modo decisamente non piacevole. Un veterano del settore, uno di quelli che c’era quando AWS era ancora una promessa rivoluzionaria e non un mostro burocratico, ha raccontato il suo ‘ritorno’ in AWS. Voleva solo fare due test veloci, usare una macchina potente per benchmarker del codice e vedere come girava Claude su Bedrock. Risultato? AWS ha visto un picco di attività su un account dormiente, ha urlato al ‘tentato attacco hacker’ e ha congelato tutto. Non solo le istanze, ma anche l’email aziendale.

Sì, avete letto bene. Il sistema di posta che gestisce il suo business è rimasto in mutua perché un algoritmo ha deciso che un po’ di calcolo extra era troppo sospetto. Senza supporto premium (perché, ammettiamolo, pagare per parlare con un essere umano in questo secolo è un concetto assurdo), l’autore è rimasto nel limbo per giorni, senza risposte, mentre il suo business restava letteralmente muto.

Ma la questione non è solo il lockdown dell’account. La lista delle ‘colpe’ di AWS che emerge è un reperto archeologico di cattive pratiche aziendali. Parliamo di costi di egress (uscita dati) che sono una rapina a mano armata, di un sistema IAM (Identity and Access Management) così intricato che sembra progettato da un architetto sadico per farci perdere la sanità mentale, e di quella tendenza subdola al vendor lock-in. Usare Lambda è comodo, finché non ti rendi conto che sei incastrato in un ecosistema che non puoi più abbandonare senza riscrivere metà del tuo stack.

E poi c’è la questione etica: AWS che clona progetti open source (tipo Redis o Elasticsearch) per monetizzarli sotto il proprio brand. È una mossa da predatore, un classico del mondo corporate che odia la libertà del software libero.

Per noi che amiamo smanettare, costruire server in garage o far girare i nostri script su macchine vecchie ma affidabili, questo è un monito importante. Il cloud è una comodità formidabile, ma è un contratto di affitto, non una proprietà. Quando metti le mani in pasta, l’obiettivo è la sovranità tecnologica. Se non hai il controllo fisico dell’hardware e della rete, non sei tu il padrone del tuo codice, sei solo un ospite che può essere sfrattato senza preavviso.

Insomma, la prossima volta che pensate di spostare tutto su un servizio gestito ‘perché è più facile’, ricordatevi di questo povero sviluppatore che non può nemmeno mandare un’email perché il suo provider ha deciso che era troppo attivo. Teniamoci stretti i nostri server, le nostre configurazioni locali e, soprattutto, la nostra libertà.

Source: I returned to AWS and was reminded why I left

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