
Immaginate di aver passato le ultime notti a scrivere una utility in Go, una di quelle piccole chicche che servono a semplificare la vita (tipo gestire i profili di Claude Code senza impazzire), e di volerla condividere con la community. Ora immaginate che, nel momento in cui cercate di distribuirla, un colosso da trilioni di dollari decida che il vostro software è un virus letale e che per la sua «benedizione» dovete pagare un tributo annuale e sottoporti a un rituale di verifica degno di un culto oscuro.
Ecco, questo è esattamente il trip da mal di testa che sta vivendo un collega developer. Il problema non è il codice, che su Linux gira che è un piacere e su Windows non dà troppi troppi grattacapi, ma è il muro di cemento armato che Apple ha costruito attorno a macOS. Se vuoi distribuire qualcosa che non venga immediatamente messo in quarantena dal sistema, devi iscriverti al Apple Developer Program. E non è un abbonamento ‘una tantum’ per i maker che sperimentano: è una tassa annuale che pesa come un macigno su chi sviluppa piccoli progetti indie o utility per pochi utenti.
E la cosa peggiore? La verifica dell’identità. Il povero dev ha cercato di usare la webcam del suo MacBook per scansionare i documenti, ma Apple sembra convinta che la qualità dell’immagine sia insufficiente. Niente, niente, niente. Ha dovuto trasformare il tavolo della cucina in un laboratorio di micro-chirurgia, con dongle, luci soffuse e una frustrazione che nemmeno un bug in un compilatore a mezzanotte. Alla fine, l’unico modo è usare l’iPhone, ma se non hai l’ultimo modello di punta, sei fuori dai giochi. È il classico gatekeeping travestito da sicurezza.
Per noi che amiamo smanettare, che magari passiamo le giornate tra Blender, Godot e qualche progetto di stampa 3D, questa tendenza è un segnale d’allarme. Il mondo del software sta diventando sempre più un club esclusivo per chi può permettersi le licenze. Se l’economia dello sviluppo si sposta verso un modello dove rilasciare un binario costa più della produzione stessa del software, la creatività ne risentirà. Stiamo assistendo a una progressiva morte dell’indie dev, soffocata da costi di ingresso che non hanno nulla a che fare con la qualità del codice, ma solo con il portafoglio.
E non è solo Apple. Anche nel mondo Windows, la questione dei certificati per firmare il codice è un labirinto di costi e burocrazia che sembra fatto apposta per scoraggiare chiunque non abbia un ufficio legale alle spalle. Se un tempo l’obiettivo era la sicurezza, oggi sembra che l’obiettivo sia solo creare un recinto intorno ai big del settore, rendendo quasi impossibile per un singolo sviluppatore competere o anche solo esistere senza pagare il pizzo digitale.
Spero davvero che non stiamo andando verso un futuro in cui l’unico modo per pubblicare un’app sia avere un budget da startup della Silicon Valley. Perché la magia dell’informatica sta proprio nella libertà di creare qualcosa dal nulla, in un garage o in una camera da letto, senza dover chiedere il permesso a un impero tecnologico.
Source: Distributing Mac software is increasing my cortisol levels
