
Siamo onesti: l’ultima volta che abbiamo provato a prevedere il futuro tecnologico, probabilmente eravamo impegnati a cercare di far girare un emulatore di GameBoy su un tostapane. Eppure, oggi la domanda non è più ‘quanto sarà veloce il prossimo chip’, ma ‘che senso ha imparare a programmare se l’AGI scrive codice meglio di me mentre io cerco di capire perché il mio setup Docker sta crashando?’.
Recentemente è circolata una riflessione molto intensa di un developer che sta per diventare papà. Il tema è un classico da incubo esistenziale per chiunque passi la giornata davanti a un terminale: l’educazione nell’era dell’intelligenza artificiale. Se le competenze tecniche che oggi ci rendono ‘economicamente validi’ rischiano di diventare obsolete in un battito di ciglia, cosa resta da insegnare ai nostri figli?
L’autore cita Neil Postman e un vecchio paradosso: nel 1913, Thomas Edison era convinto che i libri sarebbero stati obsoleti e che l’istruzione sarebbe diventata una questione di ‘premere un bottone’. Spoiler: non è successo. Le scuole sono sopravvissute alla radio, alla TV e a Internet. C’è quello che i nerd chiamano ‘Lindy Effect’: le idee o le istituzioni che sono sopravvissute a lungo hanno una probabilità molto più alta di continuare a esistere. La scuola non serve solo a imparare i fatti (quelli li ha già l’LLM di turno), ma serve a creare cittadini, a sviluppare senso critico e, come dice l’autore, a diventare ‘risorse’ capaci di risolvere problemi.
Qui casca l’asino. Se la ‘risorsa’ per eccellenza è l’agente AI che automatizza ogni loop di tool e ogni ricerca su Google, la nostra capacità di ‘essere risolutivi’ rischia di svanire. Se non possiamo più distinguersi per la capacità di execution, dobbiamo spostare il focus. L’autore suggerisce di puntare su obiettivi più nobili e meno legati al mercato: la responsabilità verso il pianeta, la curiosità, la capacità di creare nuovi strumenti e narrazioni.
In un mondo dove il ‘come si fa’ è delegato alle macchine, l’unico valore che resta è il ‘perché si fa’. Non è una risposta facile, né una soluzione pronta all’uso che puoi scaricare da un repository GitHub, ma forse è l’unica via per non rendere i nostri figli semplici spettatori di un mondo gestito da algoritmi proprietari.
Insomma, meno focus sulla sintassi e più focus sulla visione. Speriamo solo che l’AGI non decida che anche la ‘visione’ è un task troppo noioso da delegare a noi umani.
Source: What shall I teach my son?
