
Avete mai provato a spiegare a qualcuno perché passate ore a ottimizzare un file di configurazione che cambia di un millisecondo le performance? No? Bene, siete nel posto giusto. Recentemente, un mio amico ha fatto una cosa interessante: ha addestrato un modello di IA per scrivere articoli nello stile del blogger Niklas Göke (fonte dell’articolo originale, per chi volesse approfondire). L’obiettivo era semplice: dargli titoli e incipit, e vedere se l’IA riusciva a completare il resto in modo coerente.
Il risultato? Abbastanza inquietante, a quanto pare. Göke parla di un effetto “uncanny valley” anche nella scrittura: all’inizio sembra tutto ok, ma poi qualcosa stride. L’IA cambia direzione, argomenta il contrario, suona sicura dove invece servirebbe cautela. Insomma, una copia sbiadita dell’originale. E, cosa più importante, non capisce *perché* scrive.
Questo mi ha fatto pensare a noi, hacker, maker, smanettoni. Quante volte ci troviamo a combattere con un problema per ore, solo per scoprire che la soluzione è banale? Quante notti passate a debuggare codice, a saldare componenti, a smontare e rimontare un oggetto per capire come funziona? L’IA può darci la risposta, ma non può darci la soddisfazione di averla trovata da soli.
L’IA è bravissima a generare output, ma non può replicare il processo di pensiero, la creatività, la fatica che stanno alla base di un lavoro ben fatto. È come chiedere a un compilatore di scrivere un poema: può assemblare le parole, ma non può infondergli l’anima. E, diciamocelo, la maggior parte di noi non scrive (o programma, o costruisce) per “produrre”, ma per imparare, per crescere, per mettersi alla prova.
La cosa bella è che, paradossalmente, l’IA potrebbe rendere ancora più prezioso il lavoro di chi si impegna davvero. Se tutti si accontentano di soluzioni facili e superficiali, la qualità diventerà una rarità. E noi, che amiamo sporcarci le mani, avremo ancora più motivi per farlo. Non si tratta di essere contro la tecnologia, ma di usarla in modo consapevole, senza rinunciare alla nostra umanità (e alla nostra ossessione per i dettagli).
Quindi, se vi offrono un’IA che scrive il codice al posto vostro, o che progetta il circuito stampato perfetto, prendetela con le pinze. Godetevi il “suck”, la fatica, la frustrazione. Perché, alla fine, è questo che ci rende umani (e un po’ folli, ma è un difetto che accettiamo volentieri).
Source: The suck is why we're here
