
Avete mai provato a chiedere a un’AI di scrivere un articolo tecnico e poi vi siete ritrovati con un testo che, pezzo per pezzo, è perfetto, ma nel complesso sembra scritto da un branco di snail che si inseguono in un labirinto? Ecco, questo è il vibecoding.
Il post che ci ha ispirato oggi parla di un autore che, dopo due anni di tentativi con gli agenti AI, ha deciso di tornare alla penna e carta. Perché? Semplice: gli agenti scrivono unità di cambiamento che sembrano fantastiche in isolamento, ma quando li metti insieme, ecco che emerge la vera natura di queste bestiole: zero rispetto per il tutto.
E qui entra in gioco la nostra community di maker e hacker. Noi che passiamo le notti a smanettare con Arduino, a programmare in Python fino a farci venire i calli sulle dita, sappiamo bene cosa significa lottare contro sistemi che, pezzo per pezzo, funzionano, ma che messi insieme sono un disastro. È come costruire un robot con pezzi di scarto: ogni componente potrebbe essere perfetta, ma se non hai un piano globale, finisci con un mostro che cammina a zig-zag e si blocca davanti a ogni porta.
Il vibecoding ci ricorda una verità fondamentale: l’AI, per quanto avanzata, non ha ancora capito cosa significhi lavorare con un sistema complesso. Noi sì. Noi lo facciamo ogni giorno, quando progettiamo una macchina a controllo numerico, quando scriviamo codice per un Raspberry Pi, quando cerchiamo di far funzionare insieme componenti che non dovrebbero stare insieme. La coerenza globale? Quella ce la mettiamo noi, con sudore, caffè e qualche imprecazione di troppo.
E allora, cosa possiamo imparare da questa storia? Prima di tutto, che l’AI è uno strumento, non un sostituto. È come un trapano a colonna: puoi usarlo per fare buchi perfetti, ma se non sai dove mettere quei buchi, finisci per bucare il pavimento. Secondo, che il nostro lavoro di maker è ancora più prezioso in un mondo pieno di soluzioni parziali. Noi sappiamo vedere il quadro completo, e questo è un superpotere.
E poi, ammettiamolo, c’è qualcosa di profondamente umano nel tornare a scrivere a mano. Dopo anni di digitare su tastiere e schermi, c’è una soddisfazione quasi primitiva nel sentire la penna che scivola sul foglio. È come tornare alle origini del making: niente codice, niente circuiti, solo noi e un’idea che prende forma.
Quindi, se anche voi avete avuto a che fare con l’AI che vi fa scrivere come un robot in crisi esistenziale, prendetevi un momento. Rilassatevi, prendete una penna, e ricordatevi che il vero valore sta nella coerenza globale. E nel caffè. Soprattutto nel caffè.
Buon making a tutti!
Source: After two years of vibecoding, I'm back to writing by hand
