Da BASIC a AI: 42 anni di programmazione tra magia e disillusione

Da BASIC a AI: 42 anni di programmazione tra magia e disillusione

Sapete qual è la differenza tra un programmatore degli anni ’80 e uno di oggi? Il primo sapeva esattamente dove finiva il suo codice e dove iniziava la magia della macchina. Il secondo? Be’, il secondo deve spiegare all’IA perché il suo codice è meglio del suo.

James Randall, un veterano del coding che ha iniziato a programmare in BASIC a 7 anni, ha scritto un pezzo che fa il punto sulla sua carriera quadragenaria nel mondo della programmazione. E non è un viaggio da manuale aziendale: è un mix di nostalgia, riflessioni amare e qualche risata nervosa.

“La magia è diversa ora”, scrive James, e ha ragione. Chiunque abbia mai passato notti in bianco a debuggare un programma su un terminale verde fosforescente sa esattamente di cosa parla. Oggi, con l’IA che scrive codice al posto nostro, il senso di scoperta e il brivido della sfida tecnica si sono un po’ affievoliti. Non che sia tutto negativo: possiamo fare cose che prima erano impossibili, ma qualcosa si è perso lungo la strada.

Da smanettone che ha visto nascere e morire decine di linguaggi di programmazione, mi trovo d’accordo su più fronti. Certo, oggi possiamo generare un’intera API con pochi prompt, ma dove è finita la soddisfazione di scrivere ogni riga a mano, di capire ogni singolo byte che volava nella RAM? E non parlo solo di nostalgia: parlo di competenza, di controllo. Quando un’IA scrive il tuo codice, quanto davvero capisci quello che sta succedendo?

Il problema, secondo me, è che l’astrazione è diventata così estrema che abbiamo perso il contatto con la macchina. Non è colpa dell’IA: il problema è che già prima eravamo in una torre di astrazione che traballava. Ora, con l’IA, la torre ha perso l’ultimo piano. E sì, ci sono ancora persone che capiscono il kernel di Linux o come funziona un transistor, ma sono sempre meno. E questo è un problema serio per chi, come noi, ama metterci le mani dentro.

Allora, cosa significa per noi che ci piace sporcarci le mani con il codice? Intanto, non dobbiamo arrenderci all’IA. Anzi, possiamo usarla come un martello pneumatico: ci fa andare più veloci, ma dobbiamo ancora sapere dove colpire. Il vero valore aggiunto, oggi, è la capacità di capire cosa chiedere all’IA, di riconoscere i suoi errori, di integrare il suo output in un sistema complesso. Insomma, dobbiamo essere i migliori “prompt engineer” del mondo, ma anche i migliori “architetti” del nostro codice.

E poi, dobbiamo ricordare che la tecnologia è uno strumento, non un fine. Se l’IA ci permette di risolvere problemi più grandi, allora ben venga. Ma se ci fa perdere il senso del controllo, allora dobbiamo fermarci e riflettere. Perché alla fine, la programmazione non è solo scrivere codice: è capire come funziona il mondo.

Forse il punto è questo: la magia è cambiata, ma non è scomparsa. Dobbiamo solo imparare a riconoscerla in una nuova forma.

Source: I started programming when I was 7. I'm 50 now and the thing I loved has changed

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