
Ecco una notizia che fa più rumore di un Arduino che va in corto circuito: Cloudflare si è appena beccata una multa da 14 milioni di euro in Italia. Il reato? Non aver bloccato automaticamente siti pirata sui suoi DNS pubblici.
Sì, avete capito bene. Il governo italiano ha deciso che un provider di infrastruttura internet dovrebbe anche fare da poliziotto, altrimenti sono cazzi amari.
Per chi non lo sapesse, Cloudflare offre un servizio DNS pubblico (1.1.1.1) che promette privacy e velocità. Ma secondo l’Italia, questo servizio dovrebbe anche filtrare contenuti illegali. E quando Cloudflare ha detto “No, grazie”, ecco la multa.
Da smanettone, la cosa mi fa venire in mente una domanda: ma siamo sicuri che sia il caso di trasformare ogni provider internet in un censore? E soprattutto, cosa significa per noi che ci piace smanettare con reti e server?
Prima di tutto, dobbiamo capire che questa multa non è un attacco a Cloudflare in sé, ma un tentativo di far rispettare leggi locali su contenuti illegali. Il problema è che, come spesso accade, la soluzione proposta è tecnologicamente discutibile.
Un provider DNS è come un centralino telefonico: ti connette alla rete, ma non è responsabile di cosa dici al telefono. Chiedere a un DNS di filtrare contenuti è come chiedere a un centralino di bloccare le chiamate sospette. Non è il suo lavoro, e alla fine rischi di creare un sistema fragile e centralizzato.
Per noi maker, la questione è ancora più spinosa. Se ogni provider deve filtrare contenuti, chi ci garantisce che non verranno bloccati anche progetti legittimi? E se domani qualche governo decidesse di bloccare siti di hacking etico o progetti open-source perché “troppo rischiosi”?
Inoltre, questa storia solleva un altro problema: la privacy. Se i DNS devono filtrare contenuti, qualcuno da qualche parte dovrà tenere traccia di cosa bloccano e perché. E noi sappiamo bene che dati di questo tipo sono un tesoro per chiunque voglia fare sorveglianza di massa.
Ma non tutto è negativo. Questa multa potrebbe spingere Cloudflare a innovare ancora di più. Magari vedremo nuovi servizi di DNS più privati e decentralizzati, o strumenti per noi maker per bypassare questi filtri in modo etico.
In ogni caso, la lezione da imparare è sempre la stessa: quando la tecnologia incontra la politica, le cose si complicano. E noi, come community di smanettoni, dobbiamo stare attenti a non perdere la nostra indipendenza.
Quindi, cosa possiamo fare? Per ora, teniamo d’occhio la situazione e continuiamo a sperimentare con soluzioni alternative. E se qualcuno vi dice che il DNS dovrebbe fare il censore, mandatelo a leggere un po’ di RFC sul funzionamento di internet.
Nel frattempo, continuate a smanettare, a costruire progetti fighi e, soprattutto, a non farvi bloccare da nessuno. Buon hacking a tutti!
