
E se vi dicessi che la grande rivoluzione dell’AI è un po’ come aspettare Godot?
Sì, avete capito bene. Dopo anni di articoli che ci promettevano robot che ci avrebbero reso tutti disoccupati o superproduttivi, ecco la doccia fredda: migliaia di CEO hanno ammesso che l’AI non ha avuto un impatto significativo su occupazione o produttività.
La notizia arriva da Fortune e suona come un eco moderno di una frase di Robert Solow del 1987: “You can see the computer age everywhere but in the productivity statistics”. Cambiano le tecnologie, ma il paradosso sembra lo stesso.
Per noi che passiamo le notti a smanettare con Raspberry Pi e Arduino, questa notizia ha un sapore particolare. Da un lato, è la conferma che l’hype mediatico spesso supera di gran lunga la realtà. Dall’altro, ci fa riflettere su cosa davvero muove l’innovazione: non le slide dei venditori, ma le mani in pasta degli appassionati.
Cosa significa per noi? Intanto, che forse è il momento di smettere di inseguire l’ultima moda corporate per concentrarci su progetti che risolvono problemi reali. E poi, che il vero valore dell’AI potrebbe non essere nel sostituire il lavoro umano, ma nel potenziarlo. Pensate a strumenti come GitHub Copilot: utile? Certo. Rivoluzionario? Non ancora.
E poi, ammettiamolo: siamo quelli che ancora usano Blender per modellare robot da stampare in 3D o Godot per creare giochi indie. L’AI potrebbe essere uno strumento in più nel nostro toolkit, ma non la panacea.
Infine, un appunto critico: il rischio del vendor lock-in. Se l’AI non decolla come promesso, perché investire in soluzioni proprietarie quando possiamo creare alternative open-source?
In conclusione, forse l’AI è come il WiFi degli anni ’90: tutti ne parlavano, ma ci ha messo anni a diventare indispensabile. Nel frattempo, continuiamo a fare quello che sappiamo fare meglio: smanettare, creare e, perché no, riderci sopra.
Source: Thousands of CEOs just admitted AI had no impact on employment or productivity
