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	<title>web &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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	<description>APS ROOT il circolo più nerd nel raggio di 12 parsec.</description>
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		<title>Kagi Small Web: Il ritorno del web piccolo ma potente (senza il caos di Mastodon)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 17 Mar 2026 22:03:37 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Un nuovo player cerca di rivoluzionare il web decentralizzato, ma senza i soliti problemi. Vediamo se questa volta ci hanno azzeccato.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/03/Kagi-Small-Web-Il-ritorno-del-web-piccolo-ma-potente-senza-il-caos-di-Mastodon-1773785010.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/03/Kagi-Small-Web-Il-ritorno-del-web-piccolo-ma-potente-senza-il-caos-di-Mastodon-1773785010.png" alt="Kagi Small Web: Il ritorno del web piccolo ma potente (senza il caos di Mastodon)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Cosa succederebbe se potessi avere un angolo di internet tutto tuo, senza dover gestire un server o fare amicizia con i sysadmin? Kagi Small Web prova a rispondere a questa domanda con una soluzione che sembra uscita da un sogno di retrocomputing moderno.</p>
<p>Il progetto, lanciato nel 2026, promette di ridare potere agli utenti con un approccio minimalista e decentralizzato. Niente corporate-speak, niente promessi sposi: solo un servizio che ti permette di ospitare il tuo sito, i tuoi dati e le tue applicazioni in modo semplice e sicuro. Ma è davvero la rivoluzione che aspettavamo o solo l&#8217;ennesimo tentativo di cavarsela con poco?</p>
<p>Da smanettone, la prima cosa che mi ha colpito è l&#8217;approccio low-tech ma non per questo meno potente. Kagi Small Web si basa su una rete di nodi indipendenti, gestiti da utenti come noi, che mettono a disposizione risorse senza diventare big brother. Il sistema ricorda un po&#8217; quelle vecchie BBS degli anni &#8217;90, ma con l&#8217;affidabilità di un Raspberry Pi e la sicurezza di un firewall ben configurato.</p>
<p>Il punto forte? La semplicità. Non devi essere un guru della rete per capire come funziona. Basta un po&#8217; di curiosità e la voglia di sporcarsi le mani con qualche linea di codice. Se ami Arduino, Raspberry Pi o qualsiasi altra cosa che si possa programmare, questo progetto potrebbe essere il tuo nuovo terreno di gioco.</p>
<p>Ma non è tutto rose e fiori. Kagi Small Web ha ancora qualche problema di scalabilità e qualche bug che fa impazzire anche i più pazienti. E poi, come sempre, c&#8217;è la questione della privacy: anche se il progetto è open-source, non tutti i nodi sono gestiti da angeli. Bisogna fidarsi, ma non troppo.</p>
<p>Per noi maker e hacker, però, è una notizia interessante. Finalmente c&#8217;è un&#8217;alternativa che non ci costringe a usare servizi centralizzati o a diventare amministratori di sistema. Se hai sempre voluto avere il tuo pezzetto di internet senza dover spendere un patrimonio, questo potrebbe essere il momento giusto per provare.</p>
<p>E voi? Lo avete già testato? O aspettate che qualcun altro ci metta le mani prima?</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://kagi.com/smallweb/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Kagi Small Web</a></em></p>
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		<title>Digg 3.0: Il ritorno del figlio (non) prodigo</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 14 Mar 2026 18:07:16 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Digg chiude di nuovo, ma stavolta Kevin Rose torna in sella. Tra bot, nostalgia e social engineering, vediamo cosa significa per noi smanettoni.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/03/Digg-3.0-Il-ritorno-del-figlio-non-prodigo-1773511631.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/03/Digg-3.0-Il-ritorno-del-figlio-non-prodigo-1773511631.png" alt="Digg 3.0: Il ritorno del figlio (non) prodigo" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Se pensavate che il web 2.0 fosse morto e sepolto, vi sbagliavate di grosso. Digg, il sito che ha definito l&#8217;era del linkbait e delle discussioni infuocate, è tornato a fare notizia. Stavolta però non per un rilancio epico, ma per un altro downsize doloroso. E Kevin Rose, il fondatore, sta tornando come un fantasma del passato tecnologico.</p>
<p>In un comunicato che sa più di epitaffio che di roadmap, il CEO Justin spiega che &#8220;il prodotto non ha trovato il suo mercato&#8221; (traduzione: nessuno usa più Digg). Ma la vera bomba è un&#8217;altra: il sito è stato invaso da bot così avanzati che hanno reso impossibile distinguere tra utenti reali e algoritmi. Insomma, Digg è diventato vittima del suo stesso problema: la mancanza di autenticità.</p>
<p>Per noi che passiamo le notti a smanettare con Raspberry Pi e Arduino, questa notizia ha un che di ironico. Da una parte, è la conferma che anche i giganti del web possono crollare sotto il peso della propria architettura. Dall&#8217;altra, ci ricorda che il vero valore sta nelle community reali, non in quelle generate da script. Se Digg aveva un problema con i bot, forse era perché aveva smesso di essere un posto dove gli utenti venivano prima di tutto.</p>
<p>Ma veniamo al punto: cosa significa per noi maker e hacker? Intanto, che il problema dei bot non è solo di Digg. Ogni piattaforma che si basa su interazioni umane (e anche quelle che non lo fanno) deve affrontare questa sfida. Se state pensando di lanciare un nuovo social, un forum o anche solo un blog, tenete conto che il 70% del traffico potrebbe essere spam. Soluzioni? Dai CAPTCHA avanzati a sistemi di reputazione basati su blockchain (sì, lo so, ho detto &#8220;blockchain&#8221; e mi vergogno).</p>
<p>E poi c&#8217;è la questione nostalgia. Molti di noi hanno iniziato a smanettare proprio grazie a siti come Digg. Era lì che si trovavano link a tutorial su Arduino, discussioni su come hackerare una vecchia console o guide per costruire il primo drone. Se Digg riesce a tornare con una piattaforma che valorizza davvero la community tech, forse c&#8217;è speranza. Ma se diventa solo un altro social con algoritmi opachi, meglio continuare a usare i nostri forum preferiti.</p>
<p>Infine, una nota sarcastica: se Kevin Rose torna per &#8220;salvare&#8221; Digg, speriamo che questa volta abbia imparato la lezione. Niente vendor lock-in, niente algoritmi che premiano il clickbait, e soprattutto, niente bot. Perché se c&#8217;è una cosa che noi smanettoni odiamo, è quando il web smette di essere nostro.</p>
<p>In conclusione: Digg è un caso studio perfetto su cosa succede quando un prodotto non riesce a trovare il suo posto. Ma per noi, è anche un promemoria: il futuro del web è nelle mani di chi lo costruisce con passione, non con algoritmi.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://digg.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Digg is gone again</a></em></p>
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		<title>La guerra dei bot: quando i publisher dichiarano la caccia alle AI</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sun, 08 Feb 2026 13:00:00 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
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					<description><![CDATA[I bot AI stanno invadendo il web e i publisher rispondono con contromisure sempre più aggressive. Ma chi vince davvero questa guerra? E soprattutto, chi ne paga il prezzo?]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/La-guerra-dei-bot-quando-i-publisher-dichiarano-la-caccia-alle-AI-1770555598.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/La-guerra-dei-bot-quando-i-publisher-dichiarano-la-caccia-alle-AI-1770555598.png" alt="La guerra dei bot: quando i publisher dichiarano la caccia alle AI" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Ecco un pensiero che ti farà sorridere (o rabbrividire): se oggi Google fosse un film di fantascienza, il suo personaggio principale sarebbe un&#8217;IA che si evolve così velocemente da diventare il nemico principale. </p>
<p>Stavolta però non si tratta di fantascienza: i bot AI stanno letteralmente infestando il web, e i publisher non stanno certo a guardare con le mani in mano. Secondo un articolo di Ars Technica, siamo entrati in una vera e propria &#8220;guerra dei bot&#8221;, con difesa, controdifese e contro-controdifese che ricordano più un film di John Woo che un articolo tecnico.</p>
<p>La situazione è semplice: sempre più siti web stanno implementando sistemi per bloccare i bot AI, riconoscendoli attraverso comportamenti sospetti, fingerprinting avanzato o addirittura sfide che solo un umano (o un bot molto ben addestrato) potrebbe superare. Alcuni publisher stanno addirittura ricorrendo a soluzioni proprietarie, creando un vero e proprio &#8220;vendor lock-in&#8221; digitale. </p>
<p>Da smanettone, la cosa mi fa ridere e preoccupare allo stesso tempo. Ridere perché è sempre divertente vedere come il web, nato come luogo di libertà e condivisione, si stia trasformando in un campo minato di autenticazioni, CAPTCHA e controlli. Preoccupa invece perché, come sempre, sono gli utenti &#8220;normali&#8221; a pagare il prezzo più alto: tra falsi positivi, esperienze utente degradate e la solita ossessione per la &#8220;sicurezza&#8221; a tutti i costi.</p>
<p>Ma cosa significa per noi maker e hacker? Beh, per prima cosa, che dobbiamo essere più furbi delle difese. Se prima potevamo usare bot semplici per automatizzare compiti noiosi, ora dobbiamo armarci di tecniche più sofisticate. E sì, sto parlando di reverse engineering, fingerprinting dinamico e magari anche un po&#8217; di machine learning per aggirare i controlli. </p>
<p>In secondo luogo, questa &#8220;guerra&#8221; ci ricorda l&#8217;importanza di mantenere il controllo sui nostri strumenti. Se i publisher continuano a chiudersi in soluzioni proprietarie, noi dobbiamo puntare su alternative open-source e community-driven. Perché, alla fine, il web è nostro, non di qualche azienda.</p>
<p>Infine, un pensiero per i retro-computeristi tra noi: vi ricordate quando i vecchi BBS avevano problemi con i bot? Ecco, sembra che la storia si ripeta, solo con tecnologie più avanzate e un po&#8217; più di hype.</p>
<p>In conclusione, che siate fan delle AI o detrattori, una cosa è certa: la guerra dei bot è appena iniziata, e noi siamo sia soldati che spettatori. Preparate i vostri strumenti, perché questa battaglia si combatterà anche sulle nostre tastiere.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://arstechnica.com/ai/2026/02/increase-of-ai-bots-on-the-internet-sparks-arms-race/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Increase of AI bots on the Internet sparks arms race</a></em></p>
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		<title>Hackers (1995): L&#8217;esperienza animata che tutti i nerd aspettavano (forse)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Sat, 07 Feb 2026 03:02:16 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[animazione]]></category>
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					<description><![CDATA[Un progetto che porta il culto cyberpunk degli anni '90 nel 2026 con un twist animato. Ma vale davvero la pena? Scopriamolo insieme.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/Hackers-1995-Lesperienza-animata-che-tutti-i-nerd-aspettavano-forse-1770433328.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/Hackers-1995-Lesperienza-animata-che-tutti-i-nerd-aspettavano-forse-1770433328.png" alt="Hackers (1995): L&#039;esperienza animata che tutti i nerd aspettavano (forse)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Sapevate che Hackers, il film culto del 1995 che ha reso cool il mondo degli hacker (almeno nella versione hollywoodiana), sta per tornare in versione animata? Già, avete capito bene. Non un remake, non un reboot, ma un&#8217;esperienza interattiva che promette di farvi rivivere l&#8217;epoca dei modem a 56k e delle password scritte su post-it.</p>
<p>Il progetto, ospitato su hackers-1995.vercel.app, sembra voler celebrare lo spirito hacker degli anni &#8217;90 con un approccio moderno. Ma prima di saltare sulla sedia per l&#8217;entusiasmo, facciamo un po&#8217; di chiarezza.</p>
<p>La notizia arriva da Hacker News Best 24, e anche se il sito non è ancora online (o almeno non lo era al momento della stesura di questo articolo), l&#8217;idea di un&#8217;esperienza animata basata su Hackers è già abbastanza intrigante. Immagino una sorta di graphic novel interattivo, magari con qualche Easter egg nascosto per i veri appassionati del film. Ma sarà davvero così?</p>
<p>Da smanettone, non posso fare a meno di pensare a tutte le possibilità che un progetto del genere offre. Un&#8217;esperienza animata potrebbe essere l&#8217;occasione perfetta per esplorare l&#8217;estetica cyberpunk con strumenti moderni come Blender o Godot. Potremmo vedere ricostruzioni 3D dei famosi hacker del film, o addirittura simulazioni di vecchi sistemi operativi. E poi, chi lo sa, magari ci sarà qualche codice da crackare in stile vecchio arcade.</p>
<p>Tuttavia, non possiamo ignorare alcuni punti critici. Prima di tutto, la mancanza di dettagli concreti sul progetto. Se il sito non è ancora online, come facciamo a sapere cosa aspettarci? E poi, c&#8217;è il rischio che l&#8217;esperienza animata finisca per essere solo un prodotto commerciale, un tentativo di cavalcare l&#8217;onda nostalgia senza aggiungere nulla di sostanziale.</p>
<p>Per noi che amiamo mettere le mani in pasta, la domanda fondamentale è: cosa possiamo imparare da questo progetto? Se davvero ci sarà del codice aperto o qualche strumento che possiamo riutilizzare, allora potrebbe valere la pena. Altrimenti, rischiamo di trovarci di fronte a un altro esempio di hype tecnologico che finisce nel dimenticatoio.</p>
<p>In conclusione, sono curioso di vedere come si svilupperà questa esperienza animata. Se avrà qualcosa di interessante per la nostra community, sarò il primo a mettermi a smanettare. Ma per ora, restiamo con i piedi per terra e aspettiamo di vedere se il progetto manterrà le promesse.</p>
<p>E voi, cosa ne pensate? Lo vedreste un esperienza animata di Hackers? O preferite il buon vecchio film originale?</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://hackers-1995.vercel.app/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Hackers (1995) Animated Experience</a></em></p>
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		<title>LinkedIn ti spia: il Grande Fratello delle estensioni del browser</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 06 Feb 2026 09:04:54 +0000</pubDate>
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					<description><![CDATA[Sapevi che LinkedIn controlla 2.953 estensioni di Chrome ogni volta che apri una pagina? Ecco perché dovresti preoccuparti (o almeno ridere).]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<p>LinkedIn sta facendo il lavoro sporco del Grande Fratello digitale: ogni volta che carichi una pagina, il social network professionale controlla se hai installato una delle 2.953 estensioni di Chrome nella sua lista nera. </p>
<p>Sì, hai letto bene. Mdp, 2.953. Quasi tremila. Più di quante estensioni probabilmente hai installato in tutta la tua vita. E il peggio? Lo fa in silenzio, senza chiederti il permesso. </p>
<p>La scoperta arriva da un repository GitHub (github.com/mdp/linkedin-extension-fingerprinting) che documenta questa pratica piuttosto invasiva. LinkedIn usa uno script chiamato fingerprint.js per sniffare le tue estensioni, probabilmente per motivi di sicurezza (o per venderti meglio pubblicità mirata, chi lo sa). </p>
<p>Ma perché LinkedIn dovrebbe interessarsi tanto alle tue estensioni? Secondo alcuni, è una forma di fingerprinting avanzato: più informazioni hanno su di te, meglio possono profilarti. E se sei uno smanettone con estensioni per sviluppatori, privacy o produttività, potresti essere nella loro lista di osservazione speciale. </p>
<p>Per noi maker e hacker, questa notizia è un promemoria: il web è sempre più un luogo dove ogni clic è monitorato. Ma non tutto è perduto. Il repository offre strumenti per scoprire quali estensioni LinkedIn sta cercando, e magari disinstallare quelle che non ti servono più. </p>
<p>Un consiglio pratico? Usa un profilo browser separato per LinkedIn, magari con un&#8217;estensione come Privacy Badger per limitare il tracking. E se sei uno sviluppatore, potresti anche dare un&#8217;occhiata al codice di fingerprint.js per capire meglio come funziona questo gioco di spionaggio digitale. </p>
<p>In conclusione, LinkedIn ci ricorda che la privacy online è un campo minato. Ma con un po&#8217; di consapevolezza e gli strumenti giusti, possiamo almeno cercare di giocare a casa nostra.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://github.com/mdp/linkedin-extension-fingerprinting" target="_blank" rel="noopener noreferrer">LinkedIn checks for 2953 browser extensions</a></em></p>
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<figure class="wp-block-image size-full"><img fetchpriority="high" decoding="async" width="1024" height="480" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/LinkedIn-ti-spia-il-Grande-Fratello-delle-estensioni-del-browser-1770395110.png" alt="LinkedIn ti spia: il Grande Fratello delle estensioni del browser" class="wp-image-10264" srcset="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/LinkedIn-ti-spia-il-Grande-Fratello-delle-estensioni-del-browser-1770395110.png 1024w, https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/LinkedIn-ti-spia-il-Grande-Fratello-delle-estensioni-del-browser-1770395110-300x141.png 300w, https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/02/LinkedIn-ti-spia-il-Grande-Fratello-delle-estensioni-del-browser-1770395110-768x360.png 768w" sizes="(max-width: 1024px) 100vw, 1024px" /></figure>
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		<title>HN PWD: Il web personale è morto, viva il web personale!</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Thu, 15 Jan 2026 01:33:15 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[community]]></category>
		<category><![CDATA[hacker]]></category>
		<category><![CDATA[open source]]></category>
		<category><![CDATA[personal website]]></category>
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					<description><![CDATA[Hacker News vuole creare un elenco di siti personali, ma siamo sicuri che sia ancora il 2026? Scopriamo insieme perché questo progetto è più rilevante di quanto sembri.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/HN-PWD-Il-web-personale-e-morto-viva-il-web-personale-1768440789.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/HN-PWD-Il-web-personale-e-morto-viva-il-web-personale-1768440789.png" alt="HN PWD: Il web personale è morto, viva il web personale!" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Ricordi quando il web era un posto dove ognuno aveva il suo angolino? Niente algoritmi, niente profili aziendali, solo pagine HTML brutte ma autentiche. Ecco, sembra che Hacker News voglia riportarci indietro nel tempo.</p>
<p>Un utente ha lanciato un progetto chiamato &#8220;HN PWD&#8221; (Personal Web Directory) con l&#8217;obiettivo di creare un elenco comunitario di siti personali. Niente di rivoluzionario, ma in un&#8217;epoca di social media omogeneizzati, l&#8217;idea di raccogliere siti unici e autentici ha un certo fascino.</p>
<p>Il progetto è semplice: se hai un sito personale (blog, digital garden, wiki o altro) e vuoi che sia incluso, puoi proporlo tramite un pull request. L&#8217;unico requisito è che tu abbia il controllo completo sul design e sul contenuto. Niente WordPress.com o Medium, insomma.</p>
<p>Come smanettone, non posso che apprezzare l&#8217;iniziativa. Il web personale è sempre stato un terreno fertile per l&#8217;innovazione. Ricordate quando i forum erano pieni di &#8220;guida per principianti&#8221; scritte da appassionati? O quando i tutorial su come assemblare un PC erano più utili di quelli delle aziende? Ecco, questo è lo spirito che voglio vedere tornare.</p>
<p>Tuttavia, c&#8217;è un problema: il web personale è morto da un pezzo. O almeno, così sembra. Tra il dominio dei social media e la complessità di gestire un server, pochi si prendono ancora la briga di creare qualcosa di proprio. Ma forse, proprio per questo, l&#8217;iniziativa di HN PWD potrebbe essere un segnale di rinascita.</p>
<p>Se sei uno di quei pochi che ancora gestisce un sito personale, è il momento di farti avanti. Non solo per vanità, ma perché il web ha bisogno di voci diverse. E se non hai un sito, beh, forse è il momento di mettersi a smanettare un po&#8217; con un Raspberry Pi e un dominio a 3 euro.</p>
<p>In conclusione, l&#8217;idea di HN PWD è semplice ma potente. In un&#8217;epoca di uniformità digitale, raccogliere siti personali è un atto di ribellione. E noi smanettoni non possiamo che essere dalla parte dei ribelli.</p>
<p>P.S. Se hai un sito, mandalo pure ai maintainer del progetto. Ma se il tuo sito è ancora su Geocities, forse è meglio aspettare.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://news.ycombinator.com/item?id=46618714" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Ask HN: Share your personal website</a></em></p>
<p><!-- AI News Generator | Content: Web Scraping | Feed: 1554 chars | Final: 1435 chars --></p>
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		<title>Anubis vs AI Scraper: La guerra dei bot è arrivata sul tuo server preferito</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Wed, 14 Jan 2026 04:32:43 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[ai]]></category>
		<category><![CDATA[hacking]]></category>
		<category><![CDATA[maker]]></category>
		<category><![CDATA[security]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
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					<description><![CDATA[Gli AI scraper stanno diventando una piaga per i siti indipendenti. Anubis è una soluzione spartana ma efficace. Scopriamo come funziona e cosa significa per noi maker.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Anubis-vs-AI-Scraper-La-guerra-dei-bot-e-arrivata-sul-tuo-server-preferito-1768365157.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Anubis-vs-AI-Scraper-La-guerra-dei-bot-e-arrivata-sul-tuo-server-preferito-1768365157.png" alt="Anubis vs AI Scraper: La guerra dei bot è arrivata sul tuo server preferito" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>E se ti dicessi che il tuo sito preferito potrebbe sparire per colpa di qualche bot affamato di dati?</p>
<p>Sì, lo so, suona come l&#8217;ennesima apocalisse tecnologica, ma stavolta è una cosa che ci tocca da vicino. Gli AI scraper stanno diventando una vera e propria calamità per i siti gestiti da piccole realtà, e il team di MetaBrainz ha deciso di passare al contrattacco con Anubis, un sistema che promette di far sudare sette camicie a chiunque tenti di risucchiare i loro contenuti.</p>
<p>Anubis è un po&#8217; come quel vicino di casa che mette dei sassi sotto le ruote delle auto per evitare che i parcheggiatori abusivi gli occupino il posto. Funziona con un meccanismo Proof-of-Work ispirato a Hashcash: in pratica, obbliga chiunque si connetta a risolvere un piccolo problema matematico prima di poter accedere al sito. Per un utente normale, è un&#8217;attività trascurabile, ma per un bot che deve gestire migliaia di richieste al secondo, diventa un vero e proprio collo di bottiglia.</p>
<p>Il bello (o il brutto, dipende dai punti di vista) è che Anubis richiede JavaScript moderno, il che significa che se usi plugin come JShelter per proteggerti da tracking e pubblicità, dovrai fare un&#8217;eccezione per questo sito. Un compromesso, insomma, ma uno che almeno mostra che qualcuno sta cercando di difendere i nostri dati da mani avide.</p>
<p>Da smanettone, non posso che apprezzare l&#8217;approccio pragmatico. Certo, sarebbe bello vivere in un mondo dove non dobbiamo proteggerci da chi ruba i contenuti altrui, ma finché Big Tech continuerà a pensare che tutto ciò che è online è un bancomat a cielo aperto, strumenti come Anubis sono una necessità.</p>
<p>Cosa significa per noi maker? Beh, innanzitutto che dobbiamo essere consapevoli che anche i nostri progetti potrebbero diventare bersaglio di scraper. Se gestisci un sito o un blog, potrebbe valere la pena esplorare soluzioni simili per proteggere il tuo lavoro. E se sei un utente, ricorda che ogni tanto disattivare qualche plugin per il bene comune è un piccolo prezzo da pagare.</p>
<p>In conclusione, Anubis non è la soluzione definitiva, ma è un passo nella giusta direzione. E finché non avremo un sistema migliore, almeno sappiamo che qualcuno sta combattendo la nostra battaglia.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://blog.metabrainz.org/2025/12/11/we-cant-have-nice-things-because-of-ai-scrapers/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">We can&#039;t have nice things because of AI scrapers</a></em></p>
<p><!-- AI News Generator | Content: Web Scraping | Feed: 0 chars | Final: 1075 chars --></p>
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		<title>Slop: La parola dell&#8217;anno che fa schifo (letteralmente)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 12 Jan 2026 02:32:49 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[ai]]></category>
		<category><![CDATA[hacking]]></category>
		<category><![CDATA[maker]]></category>
		<category><![CDATA[slop]]></category>
		<category><![CDATA[web]]></category>
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					<description><![CDATA[Merriam-Webster ha scelto 'slop' come parola dell'anno. E no, non stiamo parlando di cibo per maiali. Ecco perché dovrebbe farci riflettere (e magari smettere di generare spazzatura AI per un po').]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Slop-La-parola-dellanno-che-fa-schifo-letteralmente-1768185165.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/01/Slop-La-parola-dellanno-che-fa-schifo-letteralmente-1768185165.png" alt="Slop: La parola dell&#039;anno che fa schifo (letteralmente)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Sapevate che il 2024 è stato l&#8217;anno in cui abbiamo finalmente trovato una parola perfetta per descrivere il 90% del contenuto generato dall&#8217;IA? No? Be&#8217;, grazie a Merriam-Webster ora sappiamo che si chiama &#8216;slop&#8217;.</p>
<p>E no, non stiamo parlando di quella roba che diamo ai maiali. &#8216;Slop&#8217; è diventato il termine ufficiale per descrivere quel mare di contenuti AI generati male, copiati, plagiarizzati e in generale così scadenti che fanno sembrare i tutorial su Arduino di tuo zio nonno un capolavoro di chiarezza.</p>
<p>La parola è stata scelta perché, beh, descrive perfettamente la situazione: il web è letteralmente sommerso da &#8216;slop&#8217;. E non è solo un problema estetico. È un problema pratico. Se anche voi, come me, passate le notti a smanettare con Raspberry Pi e a scrivere codice che funziona (per miracolo), sapete quanto sia frustrante cercare informazioni utili e trovare invece pagine e pagine di testo generato da un modello che ha deciso di improvvisarsi esperto di elettronica.</p>
<p>Ma cosa significa tutto questo per noi, gli hacker e maker della situazione? Beh, intanto significa che dobbiamo essere più attenti che mai quando cerchiamo tutorial o guide online. Se un articolo su come saldare componenti elettronici vi sembra troppo perfetto, probabilmente è stato scritto da un bot che non ha mai visto un saldatore in vita sua. E poi, significa che dobbiamo continuare a fare quello che sappiamo fare meglio: creare contenuti reali, testati e verificati. Perché, alla fine, l&#8217;unica cosa che può davvero combattere lo &#8216;slop&#8217; è la qualità.</p>
<p>E sì, lo so, è un po&#8217; deprimente. Ma almeno ora abbiamo una parola figa per lamentarci. E in fondo, anche questo è un progresso.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://arstechnica.com/ai/2025/12/merriam-webster-crowns-slop-word-of-the-year-as-ai-content-floods-internet/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Merriam-Webster’s word of the year delivers a dismissive verdict on junk AI content</a></em></p>
<p><!-- AI News Generator | Content: Web Scraping | Feed: 1446 chars | Final: 89 chars --></p>
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