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	<title>web design &#8211; Associazione ROOT APS</title>
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	<description>APS ROOT il circolo più nerd nel raggio di 12 parsec.</description>
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		<title>Performative-UI: Quando il design diventa un teatro di ombre (e noi siamo il pubblico)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Mon, 08 Jun 2026 21:13:09 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[frontend]]></category>
		<category><![CDATA[React]]></category>
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					<description><![CDATA[Una nuova libreria React che non si preoccupa di far funzionare le cose, ma solo di farle sembrare 'cool'. Un tributo ironico ai cliché del web moderno che fa riflettertere su quanto stiamo diventando schiavi dell'estetica.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Performative-UI-Quando-il-design-diventa-un-teatro-di-ombre-e-noi-siamo-il-pubblico-1780953185.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/06/Performative-UI-Quando-il-design-diventa-un-teatro-di-ombre-e-noi-siamo-il-pubblico-1780953185.png" alt="Performative-UI: Quando il design diventa un teatro di ombre (e noi siamo il pubblico)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Smettetela di cercare la funzione quando potete avere solo l&#8217;apparenza. </p>
<p>Se avete passato almeno un&#8217;ora negli ultimi mesi navigando tra i siti delle startup della Silicon Valley, sapete esattamente di cosa parlo: quel mix letale di animazioni ultra-fluide, gradienti sfumati che sembrano fatti di zucchero filato e micro-interazioni che ti fanno sentire dentro un film di fantascienza, anche se sotto il cofano c&#8217;è solo un database SQL che arranca.</p>
<p>È proprio su questa parodia del modernismo che si fonda «Performative-UI», una nuova libreria di componenti React appena approdata su Hacker News. L&#8217;idea, se così si può definire, è quella di una collezione di &#8216;design tropes&#8217; (ovvero, quei cliché visivi che ormai sono diventati il default del web) pronti all&#8217;uso. Non è una libreria per rendere la tua app più veloce o più usabile; è una libreria per renderla più &#8216;performante&#8217; nel senso puramente teatrale del termine. In pratica, è il kit di sopravvivenza per chi vuole vendere un&#8217;idea di prodotto rivoluzionario senza aver ancora scritto una singola riga di logica di business.</p>
<p>Da smanettone che mastica codice e hardware da una vita, trovo questo progetto assolutamente geniale. C&#8217;è una vena di satira sottile che colpisce dritto al cuore di quel tuttofare del frontend che passa ore a regolare il raggio di curvatura dei bottoni invece di ottimizzare le query. È un atto di ribellione contro l&#8217;hype tecnologico che ci vuole tutti attenti al pixel perfetto anche quando stiamo solo buildando un tool per gestire l&#8217;inventario della nostra stampante 3D.</p>
<p>Cosa significa per noi che amiamo smontare le cose? Significa che, nonostante l&#8217;ironia del progetto, il rischio è reale. Stiamo assistendo alla nascita di un&#8217;estetica standardizzata che uccide l&#8217;originalità. Se usiamo tutti gli stessi componenti &#8216;performanti&#8217; per sembrare moderni, finiremo per avere un web che sembra un unico, infinito, identico template di Canva. </p>
<p>Detto questo, se state sviluppando il vostro prossimo progetto su Godot o state creando una dashboard per la vostra CNC e volete far vedere ai vostri amici che il vostro software è &#8216;di classe&#8217; (anche se è solo un prototipo che gira su un Raspberry Pi), Performative-UI è lo strumento perfetto per fregare chiunque. Usatela con consapevolezza, ma godetevi lo spettacolo. Alla fine, un po&#8217; di sano teatro nel codice non guasta mai, purché sappiamo sempre dove si trova il vero motore sotto la carrozzeria.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://vorpus.github.io/performativeUI/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Show HN: Performative-UI – a react component library of design tropes</a></em></p>
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		<title>Wikipedia in stile Windows XP: La nostalgia è un bug che abbiamo imparato ad amare</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Fri, 15 May 2026 19:13:21 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[nostalgia]]></category>
		<category><![CDATA[retrocomputing]]></category>
		<category><![CDATA[UI/UX]]></category>
		<category><![CDATA[web design]]></category>
		<category><![CDATA[wikipedia]]></category>
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					<description><![CDATA[Un nuovo progetto trasforma l'interfaccia di Wikipedia in un desktop nostalgico di Windows XP. Un tuffo nel passato per chi non molla il retrocomputing.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/05/Wikipedia-in-stile-Windows-XP-La-nostalgia-e-un-bug-che-abbiamo-imparato-ad-amare-1778872394.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/05/Wikipedia-in-stile-Windows-XP-La-nostalgia-e-un-bug-che-abbiamo-imparato-ad-amare-1778872394.png" alt="Wikipedia in stile Windows XP: La nostalgia è un bug che abbiamo imparato ad amare" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Esiste un punto preciso in cui la modernità smette di essere funzionale e diventa solo un inutile esercizio di minimalismo piatto e noioso. Se avete passato le ultime ore a cercare di capire come far comunicare un vecchio modulo Arduino con un&#8217;interfassa web moderna, sapete esattamente di cosa parlo.</p>
<p>Oggi parliamo di un progetto che ha fatto vibrare i circuiti di chiunque abbia ancora una cartella &#8216;Old School&#8217; piena di screenshot di vecchi setup. Qualcuno ha deciso che navigare su Wikipedia con quell&#8217;interfaccia pulita, bianca e asettica è troppo poco per noi. L&#8217;idea? Trasformare l&#8217;enciclopedia più grande del mondo in un desktop che urla &#8216;Windows XP&#8217; da ogni singolo pixel.</p>
<p>Il progetto, che ho trovato spulciando tra le chicche di Hacker News, permette di esplorare le voci di Wikipedia come se stessimo navigando tra le cartelle di &#8216;My Documents&#8217; o aprendo file su un vecchio monitor CRT. Ci sono le icone classiche, le finestre che puoi trascinare, il barattolo della posta, tutto quel look &#8216;Luna&#8217; che ci faceva sentire padroni del mondo digitale prima che tutto diventasse un unico, indistinguibile flusso di dati cloud-based.</p>
<p>Da smanettone, devo dire che la cosa è decisamente fighissima. Non è solo nostalgia fine a se stessa (anche se, ammettiamolo, vedere quel verde prato di Bliss fa battere il cuore), è un approccio alla navigazione che rompe gli schemi dell&#8217;UI moderna. È un esperimento di interfaccia che trasforma la consultazione di dati in un&#8217;esperienza quasi tattile, un gioco di esplorazione che ricorda i vecchi ambienti desktop dove ogni finestra era un piccolo mondo a sé.</p>
<p>Per noi che amiamo il retrocomputing e che passiamo le notti a modellare oggetti in Blender o a scrivere script per Godot, questo tipo di progetti è benzina pura. Ci ricorda che l&#8217;interfaccia utente non deve per forza essere un foglio bianco privo di personalità. È un promemoria che il design può essere un&#8217;esperienza ludica e non solo un modo per massimizzare il tempo di permanenza su una pagina.</p>
<p>Certo, non aspettatevi che Microsoft lo renda ufficiale o che diventi lo standard per la ricerca scientifica. È un progetto di nicchia, un piccolo omaggio alla storia dell&#8217;informatica. Ma finché ci sarà qualcuno disposto a riscrivere il CSS e il JavaScript per farci sentire di nuovo come nel 2001, io sarò qui a cliccare su ogni singola icona, sperando che non crashi tutto il browser.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://explorer.samismith.com/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Explore Wikipedia Like a Windows XP Desktop</a></em></p>
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		<title>Ma il tuo blu è davvero il mio blu? (Spoiler: probabilmente no)</title>
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		<dc:creator><![CDATA[Lamberto Tedaldi]]></dc:creator>
		<pubDate>Tue, 28 Apr 2026 07:13:32 +0000</pubDate>
				<category><![CDATA[webnews]]></category>
		<category><![CDATA[color science]]></category>
		<category><![CDATA[Digital Art]]></category>
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		<category><![CDATA[web design]]></category>
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					<description><![CDATA[Un piccolo esperimento web che scava nel caos della percezione cromatica. Perché, tra noi che passiamo le ore a colorare mesh in Blender, la coerenza non è mai una certezza.]]></description>
										<content:encoded><![CDATA[<figure class="aing-post-image wp-block-image size-full alignwide" style="margin-bottom: 1.5em;width: 100%"><a href="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Ma-il-tuo-blu-e-davvero-il-mio-blu-Spoiler-probabilmente-no-1777360407.png"><img decoding="async" src="https://www.rootclub.it/wp-content/uploads/2026/04/Ma-il-tuo-blu-e-davvero-il-mio-blu-Spoiler-probabilmente-no-1777360407.png" alt="Ma il tuo blu è davvero il mio blu? (Spoiler: probabilmente no)" style="width: 100% !important;max-width: 100% !important;height: auto !important" /></a></figure>
<p></p>
<p>Scommetto che siete convinti di sapere esattamente che colore sia il blu. Lo vedete ogni volta che compilate un codice o che regolate i livelli in Krita, e pensate: «Ok, questo è un blu standard, non ci sono dubbi». E invece, cari miei smanettoni, la realtà è molto più caotica e decisamente meno deterministica di un buffer overflow.</p>
<p>Recentemente, spuntato tra i top di Hacker News, è un piccolo progetto chiamato «Is my blue your blue?». L&#8217;idea è semplice, quasi minimalista, ma ti scava sotto la pelle: un esperimento visivo e concettualista che mette in dubbio la nostra capacità di condividere una percezione comune del colore. Il sito ti pone davanti a dei confronti cromatitici e ti costringe a chiederti se quello che vedi tu sia identico a quello che vedo io.</p>
<p>Per chi di noi vive tra i vettori di Blender o i pixel di Gimp, questa cosa è quasi un insulto alla precisione matematica. Noi siamo abituati a pensare che se impostiamo un valore HEX o un codice RGB, il risultato sia universale. Ma la verità è che tra calibrazione del monitor, gamut dello schermo, illuminazione ambientale della stanza e, beh, la biologia stessa dei nostri occhi, il concetto di «colore oggettivo» è una mezza utopia.</p>
<p>Da maker, questa cosa mi fa riflettere molto sulla progettazione. Quando stiamo stampando un pezzo in 3D o progettando un case per un nuovo gadget, ci fidiamo delle immagini che vediamo nel software. Ma se la percezione è soggettiva, quanto possiamo fidarci di quello che vediamo su uno schermo che magari non è calibrato nemmeno minimamente? È un promemoria che il mondo fisico e quello digitale non si parlano mai con lo stesso protocollo.</p>
<p>Non è la solita fuffa da marketing che cerca di venderti un monitor da mille euro dicendo che ha «colori più reali» (perché il realismo non esiste, esiste solo una convenzione condivisa), ma è un invito a dubitare. È un po&#8217; come quando scrivi un pezzo di codice e pensi che sia elegante, per poi scoprire che chi lo legge vede solo un groviglio di logic error.</p>
<p>In conclusione: la prossima volta che litigate con un collega perché la stampa 3D è uscita troppo scura o perché il render sembra tutto sbiadito, non date la colpa al driver. Dite semplicemente che la vostra percezione del blu è intrinsecamente diversa dalla sua. È scientifico, è filosofico, ed è un ottimo modo per evitare di ammettere che avete dimenticato di calibrare il monitor.</p>
<p class="aing-source"><em>Source: <a href="https://ismy.blue/" target="_blank" rel="noopener noreferrer">Is my blue your blue?</a></em></p>
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